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UN ANNO DOPO. «Mille bimbi ogni mese schiavi a Santo Domingo»

Lucia Capuzzi sabato 15 gennaio 2011
Dieci balzi. I “buscones” (così vengono chiamati i trafficanti di esseri umani) conoscono a memoria i punti dove l’acqua è più bassa e le pietre del fondo meno scivolose. Bastano loro poche falcate per percorrere il letto del Río Masacre. E attraversare i 600 metri che separano Juanaméndez, limite estremo di Haiti, da Dajabón, in Repubblica Dominicana.Due città gemelle divise da un fiume dal passato cruento: nel 1937 qui vennero buttati i cadaveri di 18mila haitiani, massacrati appunto dagli “sgherri” del feroce dittatore dominicano Trujillo. Da allora – secondo la tradizione – il fiume sarebbe “maledetto”. La superstizione non ferma però i “buscones”. Che ripetono il tragitto molte volte al giorno, con passo sicuro. Perfino quando portano due bambini in equilibrio sulle spalle. Sono i giorni di super-lavoro. Sempre più numerosi negli ultimi tempi. Il colera – che da ottobre flagella Haiti – non ha fermato la tratta di minori haitiani verso la Repubblica Dominicana. «Anzi, poiché quest’ultima ha aumentato i controlli per paura dell’epidemia, i “buscones” possono “venderli” a prezzi più alti, dato che la richiesta resta forte», denuncia ad Avvenire padre Wismith Lazard, direttore del servizio gesuita per i rifugiati di Haiti. È la legge della domanda e dell’offerta. Che, lungo questi 370 chilometri di “terra di nessuno” ovvero la frontiera dominico-haitiana, si applica anche agli esseri umani. A Port-au-Prince, la “disponibilità” di bambini è sterminata: dopo il terremoto di un anno fa, almeno 500mila minori vivono sotto le tende. Spesso con famiglie che non sono la loro. Eppure, secondo i dati di Terre des Hommes, il 70 per cento dei piccoli nei campi non è orfano.«Nel caos totale, però, le famiglie si sono divise. Tanti bimbi sono rimasti abbandonati. Magari abitano con vicini, parenti, amici. O estranei. Che non sanno come sfamarli», aggiunge padre Wismith. I “buscones” offrono la soluzione: si incaricano di portare il bambino oltre-confine a “lavorare”. Altre volte, sono le stesse famiglie a consegnarli ai trafficanti. «Credono alle promesse. Tanto da sborsare 80 dollari per far espatriare il figlio, nella speranza di dargli un futuro migliore», dice il religioso.In media, 200 bambini alla settimana attraversano illegalmente il confine. Da gennaio a settembre – secondo i dati dell’organizzazione Red Fronteliza de Solidariedad Jeannot Success (Rfjs) – sono passati 7.320 minori. Di tutte le età. Nel 2009, ne erano stati contati 950. «Settemila sembra un numero enorme, ma potrebbe essere molto maggiore – afferma padre Wismith –. La Red monitora i 21 valichi principali, inclusi quelli superaffollati in corrispondenza di Jimaní, Dejabón e Elias Pinos. Ma tantissimi altri sfuggono al controllo. Oltretutto, i volontari fanno la rilevazione solo due giorni alla settimana». La maggior parte dei piccoli finisce a prostituirsi per i turisti nelle spiegge dominicane di Boca Chica, altri sono “acquistati” come piccoli schiavi domestici o per mendicare. I “buscones” haitiani li fanno arrivare dall’altro lato della frontiera. Qui vengono alloggiati in case “sicure” fino a quando non vengono presi in consegna da altri trafficati che li smistano nelle varie destinazioni. Il costo di un bambino – fino allo scoppio del colera – si aggirava intorno ai 125-150 dollari. Ora si arriva a 200. «Un traffico di simili proporzioni non sarebbe possibile senza la complicità degli agenti di frontiera – aggiunge il missionario –. Questi ultimi prendono una quota fissa per ogni minore che fanno finta di non vedere». Tale quota, in base a un’inchiesta del Miami Herald sarebbe di circa 10 dollari. «I soldati non prendono direttamente i soldi. Ci sono dei ragazzini incaricati di raccoglierli dai trafficanti e di consegnarli. Da poco, uno di questi è fuggito col denaro. Il giorno dopo è stato trovato morto».