Mondo

Messico. Migranti, se a Ciudad Juárez un numero sul braccio salva la vita

Lucia Capuzzi lunedì 17 dicembre 2018

Bimbi marchiati come i prigionieri ebrei nei campi nazisti? Niente di più lontano da quanto accade a Ciudad Juárez, lungo la frontiera tra Messico e Stati Uniti. Anche se ad esame frettoloso dei video diffusi da “Msnbc” e “Nbc News”, sembrerebbe il contrario. Tanto da suscitare forti polemiche. Il tutto è cominciato alla metà di ottobre quando centinaia di immigrati centroamericani – non legati alla Carovana – si sono concentrati sui tre ponti internazionali – Santa Fé, Saragoza e Santa Teresa – che collegano Juárez agli States. Giorno e notte attendevano all’aperto, nonostante la temperatura rigida, il turno per presentare domanda di asilo. Senza mai spostarsi, nel terrore di perdere il posto.

«Tanti, soprattutto i più piccoli e le donne incinta, iniziavano ad ammalarsi», racconta padre Javier Calvillo, gesuita e direttore della Casa del migrante di Juárez. Alla fine, le autorità messicane e Usa hanno raggiunto un compromesso: ogni aspirante rifugiato avrebbe potuto attendere il proprio turno in un rifugio caldo e protetto. La Casa del migrante, appunto. A garantire l’ordine di arrivo, sarebbe stato un numero. «Potevano averlo scritto su un foglio o con un timbro sul braccio. Tanti hanno scelto la seconda opzione nel timore di smarrire il prezioso documento. So che da altre latitudini si può fare fatica a crederlo, ma per gli immigrati quel numero disegnato addosso rappresenta una via di salvezza: è l'unica speranza di scavalcare il muro... – sottolinea padre Javier –. Oltretutto il sistema ha consentito di ridurre l’attesa media a sei giorni. A Tijuana ci vogliono mesi».