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IL FATTO. Messico rosso sangue

Lucia Capuzzi mercoledì 11 agosto 2010
Teresa dimostra di più dei suoi 15 anni. A prima vista, pantaloni rosa attillata, tacchi e maglietta scollata, sembra una ventenne. «Qui crescere in fretta è questione di sopravvivenza», dice, con lo sguardo fisso su una creatura magra e angolosa. Quel mucchietto d’ossa è sua sorella minore, 12 anni. Al contrario di Teresa, Isabel ha il viso e il corpo di una bimba. E in effetti lo è. Ma a Ciudad Juarez, nello Stato di Chihuahua, nel Nord del Messico – definita per il secondo anno consecutivo la città più pericolosa al mondo – l’infanzia dura poco. Teresa e Isabel sono state catapultate nell’età adulta da una pallottola: quella che, due anni fa, ha ucciso i loro genitori. Per sopravvivere, ora, lavano le auto nel parcheggio di uno “shopping”, un centro commerciale.Teresa e Isabel sono due delle migliaia di orfane guerra. Di quella guerra mai dichiarata che sta dissanguando il Messico. Al posto degli eserciti ci sono bande di narcotrafficanti, i cosiddetti cartelli – equipaggiati con armamenti superiori a quelli militari – che si combattono gli uni gli altri e, allo stesso tempo, si scontrano con le forze dell’ordine. In gioco c’è il controllo delle “rotte della droga”: cocaina soprattutto, ma anche marijuana e anfetamine che dal Sud del Continente scorrono verso Nord, negli Stati Uniti. Attraverso “La Linea”, un confine lungo 3.100 chilometri, sbarrato da un muro, da agenti della dogana e, ora, da 1.200 soldati della Guardia nazionale americana. Eppure ancora drammaticamente permeabile.Negli Usa si spendono 60 miliardi di dollari l’anno in droga. Oltre la metà – 39 miliardi – finisce nelle mani dei narcos. L’offensiva sferrata dal presidente Calderon – dopo la sua elezione, nel 2006 – non ha arrestato il flusso. In compenso, ha scatenato un’ondata di violenza senza precedenti: 28mila morti in quattro anni, secondo il capo dell’Intelligence Guillermo Valdes. Dati non smentiti dal governo e aggiornati con meticolosa precisione dalla “nota roja” ovvero il bollettino che, ogni giorno, Molly Molloy, ricercatrice della New Mexico State University, pubblica su “Frontiera List”.Dietro i numeri, si nasconde una realtà complessa, spesso liquidata col termine “narcoguerra”. Per prima cosa, bisogna chiedersi chi sono le vittime del conflitto. Il governo ripete che, nel 90 per cento di casi, si tratta di trafficanti. In tanti, però, ne dubitano. A giugno, il quotidiano El Universal ha rivelato – citando documenti confidenziali arrivati al Senato dalla Procura generale – che appena il 5 per cento dei primi 22mila crimini è stato investigato. Del resto non si sa niente. Difficile appurare, dunque, se si tratti davvero di “narco-omicidi”. Nella “nota roja”, inoltre, non rientrano le “vittime collaterali”. Come gli orfani di guerra: bambini che hanno visto massacrare i genitori, che si sono ritrovati soli, spesso, senza nessuno che si occupi di loro. «Sono sopravvissuti all’orrore ma ne portano i segni indelebili. Se non nel corpo, di certo nella mente – afferma Molly Molloy –. La violenza, così, si trasmette da una generazione all’altra. Il livello di disgregazione sociale ha raggiunto punte inimmaginabili». L’ultimo esempio è di alcuni giorni fa: a Las Dunas, in Sonora, i narcos hanno sterminato una famiglia di fronte ai piccoli di 1, 8 e 10 anni. Negli ultimi cinque anni, almeno 900 bambini sono stati assassinati “per errore” negli scontri.Non esiste, invece, un dato ufficiale dei “narco-orfani”: dovrebbero censirli le procure ma nessuno ha tempo di farlo. L’anno scorso, nel registro ufficiale del Chihuahua figuravano “solo” otto bimbi senza genitori. Guardando l’alto numero di figli per coppia e il fatto che i tre quarti degli uccisi avesse tra i 18 e i 45 anni, i conti sembrano non tornare. A confermarlo sono fonti umanitarie, secondo cui i piccoli rimasti senza famiglia sarebbero 30mila, di cui un terzo nella sola Juarez. Per loro, non esiste nessuna politica sociale ad hoc. E quella generale per l’infanzia è, da sempre, carente.Che fine abbiano fatto questi bambini, dunque, nessuno sembra saperlo. È noto, invece, che anche i minori non direttamente colpiti dalla violenza, ne restano “scottati”. A giugno, nello Stato del Michoacan, la Commissione nazionale per i diritti umani ha indetto un concorso di disegno per le scuole elementari sul tema: «Il Messico in cui vivo». Il 95 per cento dei quasi 3.500 scolari ha rappresentato sparatorie, sequestri, omicidi. La realtà, appunto, che si trovano di fronte. Anche in classe. Basta pensare che, nello Stato di Nuevo Leon, le autorità scolastiche hanno inserito nel tradizionale manuale di sicurezza un capitolo su che cosa fare in caso di scontri a fuoco. «Invece che a nascondino, i bambini giocano ai “narcos”. Li vedi per strada simulare sparatorie, esecuzioni, sequestri», racconta Irma Casas, psicologa dell’associazione Casa Amiga di Juarez.Ordinaria follia. La cui intensità cresce. A dispetto della mano dura e dei 100mila uomini schierati da Calderon. Lo ha ammesso lui stesso di recente. Per capire come mai, bisogna ripartire dai numeri. Il governo ha dichiarato di aver arrestato per narcotraffico 78mila persone in quattro anni. Secondo un’inchiesta dell’Associated Press, sarebbero molti di più: quasi 227mila. La maggior parte, però, è uscita poco dopo. Meno di un quarto – almeno fino a settembre 2009, ultimo dato disponibile – è stato sottoposto a processo. Appena un 15 per cento è arrivato al verdetto. A Tijuana, in Bassa California, su 33mila arrestati, 24mila sono di nuovo in libertà. A Tamaulipas, sono usciti dal carcere oltre 2mila dei 3.600 presunti narcos catturati. A Juarez, il 98 per cento dei delitti resta irrisolto. Nella gemella statunitense El Paso, su 100 crimini solo 4 restano senza colpevole. Certo, qui, nel 2009, ci sono stati 13 omicidi, a dimostrazione che non c’è “travaso” di violenza oltrefrontiera. Nella dirimpettaia, 2.754. Da gennaio sono 1.700. Solo due investigatori, però, si occupano dei casi. Ecco perché – nonostante sforzi titanici – i fascicoli restano a impolverarsi sulle scrivanie.Intanto, i cartelli stringono alleanze. Si vanno formando due grandi blocchi: i gruppi di Sinaloa- La Famiglia-Golfo, da una parte, e dall’altra il fronte Zetas-Juarez. Si contendono il corridoio Nord (Chihuahua) e gli sbocchi al mare nell’Ovest (Michoacan e Guerrero) e nell’Est (Tamaulipas). La battaglia è spietata. E la “nota roja” si allunga.