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Meriam, altre accuse da parte di presunti parenti

martedì 1 luglio 2014
L'odissea di Meriam sembra senza fine. Meriam Ibrahim, cristiana condannata a morte per apostasia in Sudan (sentenza che è stata annullata nei giorni scorsi) e ora rifugiata presso l'ambasciata statunitense di Khartoum, è vittima di una nuova procedura giudiziaria scatenata da una denuncia da parte di persone che affermano di essere suoi parenti. Lo sostiene l'avvocato della donna. Secondo il legale, le persone che l'accusano, tutte di fede musulmana, sarebbero le stesse che nel 2013 la denunciarono per apostasia. "Credo che la corte respingerà" questa nuova denuncia, aggiunge l'avvocato di Meriam. Meriam (questo il nome da sposata), il cui vero nome è Abrar Allahi Mohammed Abdallah, nata da padre musulmano, 27 anni, è stata condannata a morte il 15 maggio da un tribunale criminale sotto la legge islamica, che vieta le conversioni, per aver sposato un cristiano. Una sentenza che ha provocato una grande mobilitazione internazionale, che ha visto protagonista anche Avvenire. Già madre di un bambino di 20 mesi, è stata anche condannata a 100 frustate per "adulterio", perché secondo l'interpretazione sudanese della sharia, qualsiasi unione tra un musulmano e un non musulmano è considerata "adulterio". Liberata il 23 giugno poco dopo l'annullamento della condanna, Meriam è stata fermata poi all'aeroporto, dove si accingeva a volare negli Stati Uniti con il marito, che è anche cittadino americano. È stata poi rilasciata di nuovo sotto controllo di un garante, ma su di lei pende ancora l'accusa di aver presentato un documento "straniero" alla polizia di frontiera sudanese, un fatto considerato "illegale". In realtà il suo documento, rilasciato dal Sud Sudan, Paese originario del marito, è assolutamente regolare in quanto emesso dalle autorità di Juba. Secondo alcuni attivisti cristiani, un uomo che afferma di essere suo fratello ha affermato che la sua famiglia l'avrebbe uccisa se fosse stata assolta dall'accusa di apostasia. Anche per questo è ora rifugiata presso l'ambasciata Usa.