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L'INTERVISTA. Mastrolia«Il Paese ha i numeri per salvarsi»

Luca Miele giovedì 21 febbraio 2013
​«Esiste la possibilità, ed è reale e concreta, di un collasso del Partito comunista cinese. Cosa questo comporterà nel breve periodo è difficile dirlo. Tuttavia ciò che appare davvero improbabile è che Pechino possa soppiantare gli Stati Uniti e l’Occidente fornendo un modello alternativo». Nunziante Mastrolia, analista del Centro militare di studi strategici del ministero della Difesa (Cemiss), non ha dubbi: «Non siamo all’alba del secolo cinese». La guerra psicologica con il Giappone, le dispute sulle isole, l’enfasi sui core interest: la Cina ha ambizioni “imperiali” o siamo dinanzi a un dispiegamento di propaganda ad uso interno? In realtà le due cose non sono in antitesi. Sono vere entrambe. Con una precisazione: più che ambizioni imperiali, a Pechino continuano a nutrire l’ambizione di restaurare il vecchio ordine imperiale sinocentrico, costituito da un insieme di Stati vassalli con al centro Pechino. Il punto è che hanno calcato troppo la mano, generando così una reazione nei Paesi rivieraschi, i quali hanno iniziato a guardare a Washington come un alleato essenziale per contrastare le pressioni cinesi, il caso più evidente è quello del Vietnam e delle Filippine.Come nasce questa strategia?Bisogna fare un passo indietro. Con la prima Guerra dell’Oppio, l’Impero cinese subisce un fortissimo trauma. L’impero che si percepiva come la più alta vetta dell’evoluzione umana, fu costretto a prendere atto della propria arretratezza: l’arrivo degli europei fu causa di umiliazione, frustrazione e smembramenti territoriali. Di qui quel senso di revanche: «Andare avanti per tornare indietro», crescere in potenza e ricchezza per riportare indietro le lancette della storia. In quest’ottica, cedere anche un solo palmo di territorio significherebbe, agli occhi della leadership, vanificare tutti gli sforzi fatti dal 1949 ad oggi. La voce grossa sulle dispute territoriali ha dunque certamente una forte connotazione nazionalistica: il partito che scaccia, come ai tempi di Mao, gli invasori dal sacro territorio della patria. È, inoltre, assai utile per una leadership alla costante ricerca di una qualche fonte che legittimi il proprio potere. In questo senso si può dire che il nazionalismo potrebbe essere utile alla sopravvivenza del regime del Pcc, o meglio, ciò è quanto sperano a Pechino. In realtà quella del nazionalismo potrebbe trasformarsi in un’arma spuntata. I problemi interni sono tali e tanti che l’appello alla difesa della madre patria potrebbe aver poco peso su una opinione pubblica che, per dirla semplicemente, non crede più nel partito. L’epocale cambio di leadership, che verrà consacrata a breve, come inciderà? In una sorta di bipartitismo alla pechinese, a marzo andrà al potere una leadership che sulla carta dovrebbe essere influenzata dalla fazione dei riformisti. Sulla carta, andranno al potere gli uomini della costa, vicini al mondo degli affari e più aperti al mondo. Nei fatti è molto probabile che anche la nuova leadership continui a ragionare all’interno della mentalità dell’antica Cina imperiale. A livello regionale ci potrebbero essere poche sorprese.Dalla politica del figlio unico all’invecchiamento della popolazione, dalla corruzione alla feroce lotta intestina al partito. La Cina rischia di implodere? Farei subito una distinzione, tra la Cina e il partito. Mentre il Paese ha tutti i numeri per superare i problemi, il partito rischia seriamente il collasso. Esiste anzi una relazione inversa tra i due “protagonisti”, più florido e forte è il partito, più fosco si fa il futuro del Paese. Anzi, gran parte dei mali che oggi affliggono il Paese sono il prodotto di un sistema politico e istituzionale bloccato.Come spiegarlo?Il motivo è semplice: la formula della crescita economica è fatta di pluralismo politico, stato di diritto, mercato, diritti dell’uomo e libertà del cittadino, ed infine, democrazia. Per usare un solo concetto, è la società aperta che produce lo sviluppo economico. A Pechino, a partire dagli anni Ottanta, hanno tentato un esperimento per poter uscire dagli orrori del maoismo: innestare alcuni pezzi della società occidentale, il mercato, all’interno di un corpo istituzionale di tipo autocratico, perché, producendo ricchezza, potesse restituire potenza al partito. Tuttavia la società aperta occidentale è un tutto organico. Se un pezzo di questa società viene installato all’interno di una società diversa questo inizierà a tirarsi dietro tutti gli altri elementi della società madre, senza i quali non può funzionare. Questo processo di trasfusione si fermerà solo quando tutti gli altri elementi saranno stati installati all’interno della società ospite. Il che significa che il binomio mercato e democrazia resta inscindibile. Se ciò è vero, ne consegue che il mercato cinese (la cui salute è già molto precaria) non può funzionare senza diritti, poiché il mercato è esso stesso un coacervo di diritti. Il mercato non può funzionare senza pluralismo politico, il che significa anche democrazia. In sintesi più forte è la presa del partito sulla società maggiori sono le possibilità di un lento declino del Paese.