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Afghanistan. Massud: “I taleban non sono cambiati. Dialogo, ma pronti a combattere”

Nello Scavo giovedì 26 agosto 2021

Ahmad Wali Massud

"Eano venuti in Afghanistan per combattere, per sradicare il terrorismo. Se ne vanno lasciando una situazione peggiore di vent’anni fa. Siamo circondati dai terroristi, abbiamo il problema della produzione della droga, nel Paese comandano le mafie, connesse alle mafie internazionali, non c’è un governo legittimo e la povertà è a livelli estremi. Ecco come ci hanno lasciati».
Ahmad Wali Massud è il fratello del “Leone del Panshir”. Presidente dalla Massoud Foundation e già ambasciatore a Londra, è ora ritenuto come il probabile leader dell’opposizione politica ai taleban e candidato forte di una eventuale, ma allo stato improbabile, corsa presidenziale. Insieme al nipote Ahmad, figlio del comandante Massud ucciso dai taleban alla vigilia dell’attacco alle Torri Gemelle, si candida a guidare la resistenza. Ma lo scontro armato, spiega, non è la prima né l’unica opzione.

Lei ha seguito il negoziato di Doha, che ha gettato le basi per il ritiro di Stati Uniti e Nato. Crede che i taleban stiano tradendo l’intesa, oppure era tutto già scritto?
"L’accordo che gli Usa hanno firmato, e di cui non conosciamo tutto il contenuto, ha permesso ai taleban di entrare a Kabul, di passare all’offensiva in tutto l’Afghanistan. L’intesa con Washington li ha rafforzati, permettendo che si preparassero ad attaccare in tutte le province. I risultati che il popolo afghano attendeva da 20 anni sono stati distrutti dall’accordo con gli Usa".
Quali sono le più gravi colpe dei precedenti governi di Kabul? I taleban sono avanzati mentre l’esercito sembrava evaporare. Come è stato possibile tutto ciò?
"L’esercito nazionale non aveva alcuna motivazione per combattere e difendere un governo e un establishment di corrotti. I soldati in questi anni non sono neanche stati adeguatamente sostenuti. Avrebbero dovuto combattere per proteggere un tale sistema? Perciò molti stanno cambiando schieramento, visto che sperano di stare meglio con i taleban".
Lei ha invitato i taleban a formare un governo inclusivo, avvertendo che senza un accordo vi sarebbe una vasta rivolta civile. Ci sono spiragli per un’intesa? In caso contrario, crede che la popolazione sia pronta a insorgere?
"Se c’è un accordo, un accordo di pace, tutti si uniranno per un governo di transizione. Ma senza accordo non solo il Panshir, ma la società civile, e specialmente le giovani generazioni, saranno «il popolo della resistenza». Conquistare il palazzo presidenziale con la forza, non significa aver conquistato il cuore delle persone".
Di recente anche papa Francesco ha invocato la via del dialogo. In quali termini si può negoziare con i taleban e con le potenze straniere che li sostengono?
"La nostra urgenza è parlare di pace, perciò la nostra priorità è il dialogo. Ma se i taleban non ascoltano, se si rifiutano di dialogare e parlare di pace, ovviamente non possiamo fare altro che resistere. Ma resistere non significa necessariamente combattere, può anche essere il contrario: resistere per evitare di combattere nel Panshir".
Lei ha combattuto contro i sovietici a fianco di suo fratello. In che modo si può «resistere senza lottare»?
"Noi insistiamo sulla necessità di un dialogo inclusivo. Se i taleban vogliono davvero dialogare con il Panshir per una soluzione pacifica, allora devono aprirsi a questo. Se vogliono parlare di pace, noi siamo pronti. Le premesse sono chiare: stop alla violenza, fermare gli attacchi, impedire gli omicidi mirati di comandanti e leader politici. Per aprire la strada del dialogo prima deve finire tutto questo. Il secondo passo: discutere dell’istituzione di un governo provvisorio, inclusivo, che rappresenti tutte le etnie".
I taleban affermano che guideranno il Paese in modo meno brutale rispetto al 1996 e al 2001, consentendo anche alle donne di lavorare e studiare. C’è qualcosa di vero?
"I fatti sono molto lontani dalle loro parole. Se avessero detto la verità, allora tutti questi afghani non sarebbero in fuga temendo per la propria vita. No, i taleban non sono cambiati. Non ancora. E al momento non possiamo credergli semplicemente sulla parola. Chiunque può vedere quali conseguenze sta subendo il nostro popolo".
In Europa c’è preoccupazione per il possibile massiccio afflusso di profughi. Lei è in grado di fare previsioni?
"Il numero di rifugiati aumenterà a mano a mano, considerato che la situazione va peggiorando. Non sappiamo se per l’Afghanistan sarà come per la Siria. Ma non è escluso che possa andare anche peggio".
A questo punto, cosa chiedete alla comunità internazionale?
"Ci aspettiamo che vengano veramente riconosciuti e sostenuti i diritti fondamentali del popolo afghano. Non abbiamo bisogno di diventare presidenti o ministri, ma vogliamo che la comunità internazionale sostenga i nostri diritti fondamentali. Questo è quello di cui abbiamo bisogno. Purtroppo non è quello che vediamo. E avere abbandonato in questo modo il popolo afghano lo dimostra".