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SVILUPPO E GIUSTIZIA. Malattie «sociali»

Lucia Capuzzi mercoledì 9 dicembre 2009
La diseguaglianza è questione di vita o di morte. Perché essa uccide o danneggia la salute delle persone. Parola della Com­missione per le determinanti sociali dell’Orga­nizzazione mondiale della sanità (Oms). Nel re­cente rapporto, realizzato dopo tre anni di ri­cerche, gli esperti hanno messo in luce come il benessere fisico dipenda solo in parte da fatto­ri biologici. Secondo la Commissione, la spe­ranza di vita e la probabilità di contrarre alcuni tipi di malattia sono legate a doppio filo alla «condizione socioeconomica dell’individuo». Il termine comprende numerose variabili: dalla professione svolta al reddito annuo, dal grado di istruzione al luogo di nascita (importantissi­mo). E tutti gli elementi sono concatenati. Qualche esempio chiarisce il problema. Circa l’80 per cento delle persone morte a causa di malattie cardiovascolari nel 2007 viveva in Pae­si con un Pil medio-basso. Qui si concentra an­che l’80 per cento dei diabetici. Non è un caso. La stessa percentuale di decessi dovuta a di­sturbi cardiaci o cerebrali potrebbe essere evi­tata – affermano i medici – conducendo uno «stile di vita sano». Quest’ultimo, tuttavia, spes­so non è una libera scelta dell’individuo, ma un «prodotto sociale». «Non sempre si può decide­re che cosa mangiare o che cosa bere – si legge nel rapporto –. A volte si è costretti a consuma­re quel che si ha a disposizione». Il duplice volto della disuguaglianza Il lavoro della Commissione ruota intorno alle due dimensioni della disuguaglianza: quella o­rizzontale – fra diversi Paesi – e quella verticale – all’interno di una stessa nazione. La speranza di vita di un bambino differisce enormemente a seconda della parte di mondo in cui nasce. Se un piccolo svedese o giapponese ha buone pro­babilità di oltrepassare gli ottant’anni, un bra­siliano, in media, non supera i 72, un indiano i 63. In Mozambico o in An­gola, raggiungere i 50 anni è un raro traguardo. Il divario tra Nord e Sud del mondo si è accresciuto negli ultimi anni. Nel 1980, il Pil dei Paesi ricchi – in cui si concentra il 10 per cento del­la popolazione – era sessan­ta volte quello degli Stati più poveri. Ora il divario si è più che raddoppiato. Sull’atlan­te mondiale, malattia e po­vertà di sovrappongono in una spirale banal­mente perversa. Nell’Africa subsahariana – do­ve il 41% delle persone vive con meno di un dol­laro al giorno – il benessere fisico è un’utopia. Qui, il 35% della mortalità infantile (sotto i 5 an­ni) è dovuto alla mancanza di cibo. Mentre la denutrizione è la regola per buona parte del Continente Nero, in molte nazioni del­l’Asia e dell’America Latina il principale pro­blema è lo squilibrio della dieta. In Brasile, in Cina e in Messico ad esempio, tra le fasce me­no abbienti dilaga la moda dei pranzi 'veloci' fuori casa. I fast food consentono anche ai me­no abbienti – cui la crescita generalizzata ha re­galato qualche dollaro da spendere – di man­giare abbondantemente a poco prezzo. Negli ultimi anni, la vendita di pasti pronti è raddop­piata, a Città del Messico s’è addirittura tripli­cata. Di pari passo è aumentata la percentuale di persone in sovrappeso e di infarti. Europa a due velocità Per quanto riguarda il rapporto tra disegua­glianze e salute, l’Europa è un Continente a 'due velocità'. «Tra i Paesi più ricchi e tutti gli altri e­siste una differenza di circa 5-6 anni di speran- za di vita alla nascita; addirittura di circa 15 an­ni tra le situazione migliori (Islanda, Svezia, Sviz­zera ed Italia) e le più problematiche (Federa­zione Russa, Turkmenistan o Kazakhstan) – spie­ga Erio Ziglio, direttore dell’ufficio per gli Inve­stimenti in Salute e Sviluppo dell’Oms Europa –. Negli anni ’90, il crollo delle infrastrutture so­ciali, economiche e sanitarie nell’est Europa pro­vocò un forte aumento dei tassi di mortalità ed un brusco calo dell’aspettativa di vita di 3-6 an­ni secondo la nazione, anche se i trend stanno migliorando». Salute, un bene d’éliteAlle differenze fra Paesi si sommano quelle al­l’interno dei singoli Sta­ti. Macroscopiche nel Sud del mondo, signifi­cative anche nell’altro emisfero. La Commis­sione ha calcolato che, in Uganda, i figli delle famiglie più povere hanno probabilità dop­pia di non raggiungere i 5 anni rispetto ai piccoli dell’élite socioecono­mica del Paese. In Perù, la mortalità infantile tra i meno abbienti è cinque volte superiore a quel­la tra i ricchi, in India il rapporto è di tre a uno. Pure negli Stati europei, però, le differenze tra be­nestanti e poveri si fanno sentire con forza. A Glasgow, in Scozia, un bambino nato a Calton, una zona popolare, ha in media un’aspettativa di vita inferiore di 28 anni rispetto a un coeta­neo dell’elegante quartiere di Lenzie. A Madrid e Barcellona, il divario tra aree residenziali e pe­riferie degradate è di 5 anni. Secondo la rivista specializzata Journal of Epidemology and Com­munity, se in Spagna il livello di mortalità fosse quello delle regioni più ricche, l’anno scorso ci sarebbero stati oltre 35mila decessi in meno. Anche nelle città italiane – almeno in quelle che monitorano sistematica­mente la situazione –, la sa­lute varia in relazione alla geografia urbana. A Torino – spiega il professor Giuseppe Costa della locale Università – l’incidenza di infarto nella popolazione cresce nei quar­tieri popolari di Dora e Mira­fiori Sud. Nel capoluogo pie­montese, i­noltre, qualun­que sia l’indicatore di salu­te considerato – mortalità, diabete, presenza di distur­bi cardiovascolari – il rischio aumenta con l’abbassarsi del titolo di studio. I sogget­ti più emarginati han­no un’attesa di vita di quattro anni inferiore rispetto a quelli me­glio collocati social­mente. Proporzioni simili si registrano anche a Firenze, Livorno e Reggio Emilia. Salute, premessa per lo sviluppo Se la salute è per molti aspetti un 'fatto socia­le' – scrive l’Oms –, può essere migliorata con l’azione dei governi, volta a garantire una più e­qua distribuzione delle risorse e a rendere più accettabili le condizioni di vita. Non è solo que­stione di giustizia. Una società sana è un van­taggio economico. «La riduzione del 10% della mortalità per malattie cardiovascolari in età la­vorativa contribuisce all’aumento dell’1% del tasso di crescita del reddito pro capite», sottoli­nea Ziglio. Gran parte del benessere raggiunto dall’Occidente è legato alla riduzione di molte malattie. «Il 30% dello sviluppo della Gran Bretagna tra la fine del Settecento e quella del Novecento – con­clude Ziglio – può essere attribuito al migliora­mento delle condizioni di salute». Quest’ulti­mo, dunque, è doppiamente questione di vita e di morte. Perché la diseguaglianza sociale non uccide solo i singoli, ma anche le possibilità di sviluppo complessivo. San Paolo del Brasile: quartieri poveri e ricchi gomito a gomito