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Reportage. Ma in Medio Oriente la violenza non uccide la speranza

Roberto Simona mercoledì 1 luglio 2015
Più di 250mila morti secondo le stime dell’Onu, almeno 11mila bambini uccisi, 5 milioni le persone che hanno trovato rifugio all’estero, 7 milioni gli sfollati interni. Sono cifre parziali, che giorno dopo giorno, occorre aggiornare verso l’alto. La Siria è teatro di una persecuzione trasversale, che tocca tutti, non solo i cristiani. Che siano sunniti, alauiti o sciiti, tutti i siriani sono vittime di violenza e di odio. Eppure è in simili contesti di violenza che si colgono i gesti più impressionanti di umanità. Un’umanità capace di speranza anche in condizioni di paura estrema. La paura di saltare in aria mentre in auto si viaggia. L’angoscia di vedere i propri bimbi sepolti sotto le macerie della scuola. Ma soprattutto il terrore dell’Is che aleggia ovunque e accomuna tutti. Il gruppo non è unicamente composto da jihadisti che proclamano un Islam fondamentalista. Youssef, di Qaryatayn, ha lasciato la scuola a dieci anni, da allora ha tirato avanti con lavoretti che gli permettevano di comprare sigarette e fare il pieno di benzina per la sua moto rubata chissà dove. Entrato nell’Is, ora guadagna soldi “veri” e ha il rispetto della gente. La speranza sorta in seguito alla “Primavera araba” più che di cambiamenti veri è stata foriera di illusioni. «Oggi – spiega il direttore di una scuola di Tartous – la Siria è guidata da emiri e capi clan che hanno i soldi per finanziare la guerra». Sono i più poveri a rimanere nelle zone di conflitto, perché non hanno i soldi neppure per un biglietto del bus per Aleppo, Idlib, Homs o altre destinazioni conquistate dai ribelli. O i più coraggiosi, che rifiutano di andarsene. Come Padre Franz, che ha dato la vita per restare nella città vecchia di Homs insieme alla popolazione civile, asserragliata in casa per mesi. Mi soffermo a lungo in preghiera sulla sua tomba. Una ragazza mi mette in mano una fotografia di Padre Franz con la scritta in arabo “ila al-amam”: sempre avanti. A Damasco ho incontrato Padre Amer, che vive la sua vocazione circondato da ragazzi e ragazze tra i 24 e i 30 anni, cristiani e musulmani, alcuni rientrati dall’estero per portare avanti progetti di solidarietà. A Qaryatayn ho rivisto Padre Jacques, originario di Aleppo. Mi era rimasto il ricordo del suo impegno per mantenere in vita il monastero di Mar Elian. Per lunghi mesi ha ospitato più di 100 famiglie cristiane e musulmane dentro e fuori le mura del convento. Un tempo di enorme difficoltà che ha permesso a queste famiglie, per la prima volta, di conoscersi a vicenda, oltre gli steccati dell’appartenenza religiosa. Non mi aveva, però, neppure nascosto la sua preoccupazione per l’avanzata di Is: «È importante continuare a investire soprattutto in questo momento. I progetti del monastero rappresentano un importante segnale di speranza e di pace per tutta la città. Incoraggia la gente a continuare a vivere il quotidiano». Pochi giorni dopo il nostro incontro ho saputo del suo rapimento per mano dell’Is. Decisioni politiche irresponsabili della comunità internazionale e enormi interessi economici hanno contribuito a fomentare il fanatismo religioso in tutto il Paese e oltre i suoi confini. Fanatismo e violenza che possono essere disinnescati anche attraverso iniziative di questo tipo, che potrebbero anche apparire ingenue o inutili nell’attuale contesto apocalittico, ma che a ben vedere sono fondamentali per far uscire il Paese dal baratro in cui è precipitato: ila al-amam, sempre avanti! La versione integrale del reportage è disponibile da oggi su Oasis (www.fondazioneoasis.org)