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Mondo

Da sapere. Tre domande per capire cosa succede nella guerra in Libia

Luca Geronico mercoledì 15 gennaio 2020

Un carro armato distrutto delle forze di Haftar a sud di Tripoli

Quali sono i protagonisti e le alleanze in Libia?

La guerra civile in Libia scoppiata nel 2014, esito della deposizione nel 2011 del colonnello Muhammar Gheddafi, vede due fazioni contrapposte: il governo di unità nazionale di Fayez al-Sarraj, con sede a Tripoli e riconosciuto dalle Nazioni Unite, e il governo di Tobruk guidato dal generale Khalifa Haftar che di fatto controlla tutta la Cirenaica, la regione orientale della Libia. Nell'aprile del 2019, rotta la trattativa per una Conferenza di unificazione nazionale, è iniziata l'offensiva del generale Haftar per conquistare Tripoli: l'obiettivo di conquistare in pochi giorni la capitale con una operazione lampo si è trasformata in un estenuante assedio. L'offensiva è ripresa con maggior vigore l'11 dicembre scorso in una guerra per procura internazionale.

Fayez al-Sarraj - (Ansa)

Il sostegno internazionale a Fayez Sarraj. Ultimo e decisivo passo, nell'intricatissimo intreccio di alleanze internazionali, è stata la firma, il 27 novembre scorso, di un memorandum tra Sarraj e il presidente turco Erdogan: a quanto si sa l'accordo prevede un pacchetto di 5mila uomini dell'esercito turco da schierare a Tripoli, oltre ad armi pesanti e droni. Questo l'unico appoggio militare diretto, con evidenti ricadute sulla geopolitica del Mediterraneo, mentre il governo di unità nazionale, riconosciuto dalle Nazioni Unite, vanta il sostegno di Gran Bretagna, Algeria oltre che dell'Italia.

Tutti gli «amici» del generale Haftar. Oltre al sostegno politici e militare della Russia, anche se Putin ha sempre rivendicato di avere contatto con entrambe le fazioni, Haftar può contare sull'appoggio della Francia. Alleati della prima ora del generale anti-Tripoli sono l'Egitto di al-Sisi, l'Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti.

Cosa c'è dietro il «patto» tra Putin ed Erdogan?

Vladimier Putin e Recep Erdogan a Istanbul l'8 gennaio 2020 - (Ansa)

Il vertice a Istanbul l'8 gennaio fra il padrone di casa, il presidente Erdogan, e il leader del Cremlino, Vladimir Putin, ha segnato una svolta nella crisi libica dando una evidente accelerazione al processo diplomatico che si era arenato con il fallimento della Conferenza di unità nazionale. In uno scenario che ricorda la Siria - vale a dire nel vuoto lasciato dalla mancanza di una visione politica degli Usa per il Mediterraneo e dalla inconsistenza in politica estera dell'Unione Europea - Mosca e Ankara si sono accordati in modo da determinare l'evoluzione della lunghissima. La promessa di una tregua da imporre alle parti entro domenica 13 gennaio è infatti diventata, sia pure in un contesto di estrema fragilità, realtà. Il vertice di lunedì a Mosca fra Sarraj e Haftar, che avrebbe dovuto portare a un più consistente cessate il fuoco, non ha avuto la firma del generale che ha cheisdto 48 ore di tempo per decidere. Ma senza il "dai e vai" fra Istanbul e Mosca il processo diplomatico di una Conferenza di pace a Berlino, sotto l'egida di Onu e Ue, non si sarebbe mai messo in moto. E a Berlino potrebbero disegnarsi nuovi equilibri che non potranno prescindere dalla volontà politica di Russia e Turchia.

Non a caso il vertice di Istanbul dell'8 gennaio è avvenuto in occasione dell'inaugurazione del Turkstream, il gasdotto che collega la Russia alla Turchia. E non può essere un caso nemmeno che Erdogan, che ha avuto il 2 gennaio il via libera del parlamento a schierare i suoi uomini in Libia, fino a ottobre era un alleato di Haftar. Un "voltafaccia" determinato dalla possibilità, attraverso il corridoio marittimo individuato nel memorandum con Tripoli, di mettere le mani sui giacimenti di gas e petrolio attorno a Cipro, contrapponendosi nel Mediterraneo all'asse Cipro-Grecia-Egitto. Un armistizio che sembra nato sulla spartizione di interessi fra i due "master mind" del Mediterraneo. Mosca, garante di Haftar, potrebbe avere un secondo sbocco sul Mediterraneo dopo quello di Tartus in Siria (pure questo garantito da un patto con Mosca). E intanto l'Ue e l'Onu, con gli Usa sempre più distanti, stanno rincorrendo una palla che nel Mediterraneo rimbalza fra Erdogan e Putin.

Le forze in campo in Libia

Gli uomini di Sarraj. Difficile avere una stima precisa delle forze lealiste che ammontano a circa 18.000 unità: la Forza di protezione di Tripoli (circa 4.500 uomini) è imperniata sui rivoluzionari di Haithem al-Tajouri, sui salafiti di Abdul Rauf Kara e sugli uomini di Abdul Ghani al-Kiki e Hashm Bish. Da aprile Tripoli è sotto assedio delle forze di Haftar, per cui Sarraj ha chiamato a raccolta le rimanenti risorse militari: le milizie di Misurata (7.500 uomini) sono molto ben armate dai turchi, mentre le milizie di Zintan (4.500 uomini) si sono riavvicinate di recente a Sarraj. Miasit è la missione italiana partita nel gennaio 2018 per fornire assistenza e supporto al governo di accordo nazionale libico: sono 250 uomini (l'accordo ne prevede al massimo 400) e 130 mezzi terresti con compiti di supporto tecnico manutentivo a favore della Guardia costiera libica.

Khalifa Haftar - (Ansa)

Gli uomini di Haftar. Il generale ribelle, uomo forte della Cirenaica, può contare su circa 25.000 uomini. Sono 7.000 uomini i combattenti inquadrati nell'Esercito nazionale libico attorno a cui gravitano numerose milizie: 18.000 in tutto si stima. Si tratta di milizie locali e jihadiste, mercenari ciadiani e sudanesi un tempo al soldo di Gheddafi e da ultimo mille contractor russi del Gruppo Wagner specializzati in operazioni di combattimento in zone urbane.