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Usa. Lotta alla corruzione e stop ai migranti. È polemica sul piano di Kamala Harris

Lucia Capuzzi mercoledì 9 giugno 2021

L’arrivo a Città del Messico della vice presidente americana Kamala Harris

Nelson Rockfeller, vicepresidente di Gerald Ford, era solito lamentarsi: «Il mio lavoro consiste nel fare le condoglianze per le vittime dei terremoti». Kamala Harris non ha lo stesso problema. Proprio come Barack Obama fece con lui, Joe Biden ha affidato alla numero due la gestione di quel terremoto permanente che è la politica migratoria. E, proprio come sette anni fa, la strategia di Washington punta a disincentivare le partenze mediante l’elargizione di un maxi-pacchetto di aiuti allo sviluppo al Centro-America – in primis Guatemala, Honduras e El Salvador –, principale terra d’esodo. I 2,6 miliardi di dollari erogati allora, tuttavia, non hanno ridotto il flusso. Come non lo ha fatto il pugno di ferro e il muro di Donald Trump, a giudicare dai numeri pre-Covid al confine. «Kamala riuscirà dove gli altri hanno fallito?», si domandava il New York Times alla vigilia del viaggio che lunedì e ieri ha portato la vice-presidente in Guatemala e Messico.

Con un obiettivo centrale: cercare la collaborazione dei rispettivi governi per ridurre la pressione alla frontiera. «Do not come», (non venite) ha ripetuto più volte Harris a Città del Guatemala, attirandosi le critiche dell’ala più progressista dei democratici, rappresentata da Alejandra Ocasio-Cortez. Poi ha aggiunto – combinando il bastone con la carota –: «Vi aiuteremo a trovare speranza in patria» e ha annunciato un primo pacchetto da 7,5 milioni di dollari per sostenere imprenditoria e innovazione. Nei prossimi quattro anni arriveranno altri soldi, fino a un totale di 310 milioni il Guatemala e quattro miliardi per l’intera regione. A prima vista, dunque, il “piano Kamala” suona come una versione aggiornata dell’abusato leitmotiv «aiutiamoli a casa loro», in voga dentro e fuori gli Usa. Retorica a parte, tuttavia, la leader democratica ha affrontato un punto cruciale: gli aiuti rischiano di finire nel buco nero della corruzione dilagante. Da qui, l’avvio della «task force Alpha»: una squadra congiunta di magistrati statunitensi e centroamericani – di cui farà parte il procuratore generale Merrick Garland – specializzata nella lotta alle tangenti e al traffico di esseri umani.

L’iniziativa suscita qualche mal di pancia per il rischio di “ingerenza politica”, anche per il fatto che i giudici Usa sono spesso scelti per nomina governativa. Tocca, tuttavia, un nervo scoperto, sottolineato anche dalla Conferenza episcopale guatemalteca in un comunicato diffuso in occasione del viaggio della vice-presidente. Lo ha dimostrato il mal celato imbarazzo del presidente Alejandro Giammattei, di fronte alle parole di Harris. Due anni fa, il predecessore Jimmy Morales ha chiuso da un giorno all’altro la Commissione Onu contro l’impunità (Cicig), protagonista delle principali inchieste anti- mazzette nel Paese. E l’attuale capo dello Stato è nel mirino di varie organizzazioni internazionali che denunciano un progressivo indebolimento dello stato di diritto. L’ex presidente della Corte Costituzionale, Gloria Porras, ha abbandonato il Paese dopo essersi definita vittima di persecuzione per il suo impegno per la trasparenza. Harris stessa l’ha incontrata prima di partire, insieme ad altri undici esponenti della società civile, critici con l’esecutivo. Washington, dunque, è consapevole dei limiti dell’alleato guatemalteco, scelto più per mancanza di alternative che per convinzione. Il fratello del leader honduregno, Juan Orlando Hernández, è in cella negli Usa con l’accusa di narcotraffico. E il presidente salvadoregno Nayib Bukele è nella bufera per le tendenze autoritarie e le interferenze nei confronti del potere giudiziario. Gli Usa, stavolta, offrono, dunque, «fiducia condizionata ». Anche perché i 1,6 miliardi dati al Guatemala nell’ultimo decennio non hanno arginato le partenze né promosso lo sviluppo locale.

Per tale ragione, Harris è stata irremovibile sul vincolare i fondi ai progressi sulla corruzione. Ipotesi, quest’ultima poco gradita al presidente messicano Andrés Manuel López Obrador che chiedeva crediti diretti. Questo spiega anche una certa freddezza nell’incontro di ieri fra i due, durante il quale hanno firmato un vago memorandum di cooperazione per frenare la migrazione aiutando il Centroamerica. Nemmeno l’obiezione messicana, però, è del tutto infondata. Insieme alle mazzette, a polverizzare i soldi di Washington per lo sviluppo è il fatto che i progetti vengono affidati a aziende Usa. Queste ultime hanno gestito l’80 per cento dei finanziamenti erogati alla regione tra il 2016 e il 2020. E buona parte del denaro è stato speso in stipendi e logistica. Un’opzione innovativa, emersa nei mesi precedenti, era stata quella di individuare come beneficiarie associazioni locali. Nel piano Harris, però, non compare ufficialmente. Almeno per ora.