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IL FRONTE DIPLOMATICO. L’Italia: non bombardiamo Usa, Francia e Gb: Gheddafi deve andarsene

Paolo M. Alfieri sabato 16 aprile 2011
Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia stanno ormai proiettandosi «oltre» la risoluzione numero 1973, con cui il Consiglio di sicurezza dell’Onu ha autorizzato l’imposizione di una no fly­zone sulla Libia e «tutte le misure ne­cessarie » per proteggere i civili. Mentre l’Italia ribadisce che non fornirà armi of­fensive ai ribelli di Bengasi, è il ministro della Difesa francese Gerard Longuet ad ammettere che si punta a un cambio di regime nel Paese nord-africano, e dun­que alla fine di Muammar Gheddafi. Al­la domanda se con ciò i governi aderen­ti alla coalizione non rischierebbero di spingersi «al di là dei limiti» della risolu­zione Onu, Longuet ha risposto: «Della risoluzione 1973? Certo che sì! Essa non si occupa del futuro di Gheddafi ma pen­so che, quando tre grandi potenze affer­mano la stessa cosa, questo anche per la Nazioni Unite è rilevante, e forse un gior­no il Consiglio di sicurezza adotterà un’altra risoluzione». Quanto all’appello per «evitare l’uso del­la forza», lanciato giovedì dall’isola ci­nese di Hainan dal gruppo dei cosiddetti Brics, il ministro francese ha commen­tato che «è naturale» che Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica «puntino i pie­di ». «Però – ha chiesto in tono polemico Longuet – quale grande Paese può ac­cettare che un capo di Stato possa risol­vere i propri problemi dando ordine di aprire il fuoco con i cannoni contro la sua stessa popolazione? Nessuna gran­de potenza è in grado di accettare una cosa del genere – ha ammonito il mini­stro francese – Accanto all’azione mili­tare mi piacerebbe assistere a un’aper­tura politica tale che i libici possano ri­compattarsi per immaginare insieme, da soli un avvenire senza Gheddafi». Gli stessi Nicolas Sarkozy, Barack Obama e David Cameron – in un articolo con­giunto pubblicato ieri su quattro quoti­diani – hanno sottolineato che è «impos­sibile » immaginare un futuro per la Libia con Gheddafi al potere. «Il nostro dovere e il nostro mandato in base alla risolu­zione Onu 1973 è proteggere i civili, ed è ciò che stiamo facendo», hanno scritto i tre leader, secondo i quali però la rimo­zione con la forza del Colonnello non è un obiettivo. Certo è che finché Gheddafi ri­marrà al potere, «la Nato e i suoi partner della coalizione devono continuare le lo­ro operazioni per proteggere i civili e au­mentare la pressione sul regime». Per il segretario generale dell’Alleanza A­tlantica, Anders Fogh Rasmussen, il mes­saggio dei tre leader «riflette l’unità al­l’interno della Nato». A chi gli ha chiesto se l’iniziativa dei tre leader prelude a un cambio della risoluzione Onu, Rasmus­sen ha risposto di non avere sentito al­cuna richiesta di modifica e ha aggiunto che le operazioni in Libia «non vanno ol­tre la risoluzione delle Nazioni Unite». Non si è fatta attendere, peraltro, una nuova presa di posizione della Russia. Il ministro degli Esteri Sergej Lavrov ha det­to di ritenere «urgente» una tregua in Li­bia e l’avvio di negoziati tra le due parti in causa. Per Lavrov in «molte occasioni» le operazioni militari della Nato sono an­date oltre il mandato della risoluzione O­nu 1973, la quale peraltro «non ha auto­rizzato il cambio di regime in Libia». Dal Palazzo di Vetro, intanto, il capo del di­partimento per il peacekeeping, Alain Le­roy, ha detto ieri che l’Onu non esclude un dispiegamento di caschi blu in Libia nel caso di una tregua. «Sia chiaro che è prematuro parlarne adesso, ma se ci fos­se un cessate il fuoco, esso andrebbe mo­nitorato, e si potrebbe ricorrere ai milita­ri delle Nazioni Unite, ha detto Leroy. Intanto anche ieri gli aerei della Nato han­no effettuato raid sia a Tripoli che a Sirte. Da parte loro le forze fedeli a Gheddafi hanno lanciato una pioggia di razzi su Mi­surata, contesa agli insorti, uccidendo al­meno otto persone. Sarebbero almeno 120 i missili arrivati, in particolare sul quartiere di Qaser Ahmet, che già giovedì era stato oggetto di un duro attacco. Stan­do al New York Times, i lealisti starebbe­ro utilizzando anche bombe a grappolo.