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La sentenza. Svolta a Londra, stop dei giudici al cambio di genere per i minori

Angela Napoletano mercoledì 2 dicembre 2020

Keria Bell parla con i giornalisti davanti all'Alta Corte inglese

È«altamente improbabile» che un adolescente – specie al di sotto dei 16 anni – possa comprendere in maniera «appropriata» gli effetti a medio e lungo termine del cambio di genere e fornire a chi lo prende in cura per la transizione da un sesso all’altro un adeguato «consenso informato».

Così si è espressa ieri l’Alta Corte britannica, accogliendo con una sentenza storica il ricorso contro la clinica londinese Tavistock e Portman di Keira Bell, oggi 23enne, pentita per i trattamenti ormonali e chirurgici che l’hanno, irrimediabilmente, fatta diventare uomo.

Keria Bell parla con i giornalisti davanti all'Alta Corte inglese - Ansa

Il pronunciamento in 19 pagine dei giudici Victoria Sharp, Clive Lewis e Nathalie Lieven è destinato a lasciare il segno, delineando una cornice giuridica opposta a quella che ha fatto sino ad oggi da sfondo a una procedura del sistema sanitario pubblico spesso additata come modello. L’Alta Corte ha precisato che non intende entrare nel merito di «vantaggi o svantaggi» dei trattamenti adottati per curare la disforia di genere ma ha sottolineato che trattandosi di terapie «innovative e sperimentali» va presa in considerazione la possibilità che vengano somministrate previa «autorizzazione del tribunale». Soluzione di «buon senso», come sottolineato dalla stessa Bell, che rischia di gettare benzina sul fuoco delle polemiche di quanti, tra i sostenitori di procedure più facili e snelle per la transizione di genere, come chiesto per esempio dagli attivisti di "Good Law Project", lamentano tempi di attesa lunghi e frustranti, oggetto in alcuni casi di denunce formali. La decisione dei giudici va incontro a quanto chiesto anche dalla mamma (indicata dalla stampa locale come «Signora A.») di una ragazzina autistica di 15 anni, aggiuntasi al contenzioso avviato da Keira, che si è battuta per confutare la validità del consenso informato accordato a sua figlia quando ha deciso di cambiare sesso.

L’odissea di Keira, originaria di Cambridge, ha inizio sette anni fa quando, allora sedicenne, si è recata alla clinica Tavistock e Portman della capitale, l’unica del Regno Unito a fornire trattamenti per la disforia di genere ai bambini, per cominciare attraverso degli inibitori della pubertà il passaggio da donna a uomo.

Keria Bell parla con i giornalisti davanti all'Alta Corte inglese - Ansa

Ha subito una doppia mastectomia mentre le iniezioni di testosterone le hanno permesso di avere una voce da uomo. Più volte ha dichiarato di non sapere esattamente a cosa stesse andando incontro e, soprattutto, che rischiava di diventare sterile. La sentenza dell’Alta Corte, ha commentato ieri uscendo dal tribunale, «non è politica perché riguarda la protezione di bambini vulnerabili».

Tra il 2019 e il 2020, va sottolineato, i casi di disforia di genere trattati al dipartimento specializzato dell’ospedale a South Hampstead sono stati 161, tra cui anche tre bambini di appena 10 e 11 anni. La fondazione pubblica, finanziatrice della clinica, si è sempre difesa dicendo che «raramente» gli inibitori della pubertà, come la triptorelina, vengono somministrati a minori di 13 anni. E che, in ogni caso, si tratta di trattamenti «sicuri» e «reversibili», con una solida evidenza scientifica. Dal loro punto di vista, come sottolineato da un portavoce, il «deludente» pronunciamento dei giudici è destinato a causare solo «ansia e preoccupazione tra i pazienti e le loro famiglie». Per questo motivo, l’azienda medita un eventuale appello.

L’avvocato che ha rappresentato in aula Keira e la «Signora A.», Paul Conrathe, parla di una sentenza la quale ha smascherato la «cultura dell’irrealtà» radicata al Tavistock. I bambini, dice, che «potrebbe aver ricevuto i trattamenti sperimentali senza il loro consenso adeguatamente informato sono centinaia». Dal fronte opposto, le associazioni che si battono per il diritto dei bambini a cambiare sesso, come Mermaids, gridano alla «catastrofe» minacciando potenziali nuove battaglie sull’ampio fronte del «diritto a governare in autonomia il proprio corpo».