Mondo

Alain Rodier. Lo stadio pieno di bambini? «Volevano il bersaglio facile»

Daniele Zappalà mercoledì 24 maggio 2017

Alain Rodier

«Sono stati colpiti dei giovani e questo ci sconvolge profondamente, certo. Ma l’eco mediatica ricercata attraverso attentati come questo a Manchester obbedisce soprattutto alla logica indiscriminata del numero massimo di vittime». Offre questa lettura Alain Rodier, fra i più noti esperti francesi di terrorismo, direttore di ricerca presso l’istituto Cfrr e autore di numerosi saggi.

È sorpreso dal bersaglio scelto, un concerto per adolescenti?
Mi sbaglierò, ma non credo che il jihadismo scelga i propri obiettivi in termini generazionali. Leggo con attenzione quanto viene diffuso dal Daesh e da al-Qaeda e non ho mai trovato focalizzazioni su fasce d’età precise. Il terrorismo colpisce bersagli differenziati: autorità politiche e militari, poliziotti, la popolazione in modo indiscriminato. Credo che abbiano voluto colpire prima di tutto un luogo estremamente affollato. Si tratta di un obiettivo “mol-le”, come diciamo nel gergo, ovvero mediamente protetto. Lo scopo, in questi casi, è fare quante più vittime. Si tratta di eventi come i concerti di ogni tipo e le partite di calcio.

Rispetto ad altri attentati, quello di Manchester verrà comunque ricordato come una strage di giovani e adolescenti…
In Occidente, la nostra sensibilità è colpita in modo speciale in presenza di vittime molto giovani, certo. Ma anche quando colpiscono nei Paesi musulmani, i jihadisti spesso non sembrano attenti a simili dettagli. Prendendo proprio un esempio nel mondo musulmano, a Kabul è stato recentemente colpito un ospedale. In genere, i terroristi cercano prima di tutto obiettivi molli, relativamente facili. In proposito, è possibile che abbiano scelto Manchester proprio perché la città è meno protetta rispetto agli eventi che si svolgono attualmente a Londra, anche se spet- terà all’inchiesta provarlo.

Come la Francia, l’Inghilterra fa parte della cerchia di Paesi europei più minacciati?
L’obiettivo prioritario del salafismo jihadista è quello di “riconquistare” i Paesi musulmani. I jihadisti vogliono far cadere i dirigenti di questi Paesi, considerati come corrotti. Poi, come secondo obiettivo, vengono gli occidentali, compresi i russi, ritenuti miscredenti. In questo caso, il fatto di partecipare alle coalizioni anti- Daesh e anti-al-Qaeda offre una ragione in più per colpire.

Lei parla di obiettivi “molli”. Sono pure quelli dove i sistemi di protezione hanno maggiori falle?
A mio avviso, non si può parlare sempre di difetti di sicurezza. Nel caso di Manchester, sap- piamo che i servizi britannici sono fra i più efficaci al mondo. Ma occorre rendersi conto che con il fenomeno terroristico, che è un metodo di lotta, ci saranno sempre individui capaci di passare fra le maglie della rete. Dopo nove tentativi sventati, rischia sempre di arrivare il decimo che centra il bersaglio, indipendentemente dal sistema di sicurezza. E ciò vale anche nei Paesi con regimi di polizia estremamente autoritari.

In termini di cooperazione internazionale, esistono ancora margini di miglioramento per minimizzare i rischi?
Occorre continuare ad evolvere in funzione della minaccia che è a sua volta in continua mutazione. Vi sono certamente imperfezioni, ma la cooperazione fra Paesi europei, Stati Uniti, Israele e un certo numero di Paesi musulmani ha già raggiunto livelli elevati. Resta il problema della cooperazione con i servizi russi, ma in un caso come questo di Manchester non so se avrebbero potuto apportare un contributo. Ed occorre ricordare che ci sono stati attentati in Turchia con l’implicazione di caucasici, il che ha reso indispensabile la cooperazione con i russi. Un altro interrogativo riguarda le relazioni con il regime di Bashar al-Assad. Politicamente parlando, è fattibile? E in termini operativi, sarebbe utile? Detto questo, in Europa sussiste un problema di leggi diverse secondo i Paesi, ad esempio sulle estradizioni o le qualificazioni penali. A mio avviso, i margini di progresso riguardano soprattutto l’armonizzazione delle legislazioni anti-terrorismo.