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LE RICADUTE ECONOMICHE. Fiammata del petrolio. L'Eni chiude il gasdotto

Pietro Saccò mercoledì 23 febbraio 2011
Meglio chiudere il rubinetto. Eni lo aveva già pensato lunedì sera, quando si è trovata a corto di addetti perché i suoi operai di Mellitah – il punto di partenza arabo del gasdotto Greenstream, quello che collega la Libia all’Italia – erano andati quasi tutti a protestare contro Gheddafi. Impossibile lavorare in queste condizioni. E così, dopo una mattinata di voci e indiscrezioni, la compagnia italiana nel pomeriggio ha confermato la decisione di fermare il flusso del gas di Tripoli. Il gasdotto sarà svuotato e «messo in sicurezza». Una scelta, ha assicurato l’azienda guidata da Paolo Scaroni, che non creerà problemi in Italia, perché Eni è comunque «in grado di far fronte alla domanda di gas da parte dei propri clienti».Alle rassicurazioni del Cane a Sei Zampe si sono aggiunte rapidamente quelle del suo maggiore azionista, cioè lo Stato italiano, che attraverso il Tesoro controlla il 30% delle azioni del gruppo. Paolo Romani, ministro dello Sviluppo economico, ha spiegato in serata dopo il vertice a Palazzo Chigi sulla crisi libica che l’Italia avrebbe riserve energetiche fino a luglio e oltre. Si temono comunque ripercussioni sul prezzo della benzina. Anche Stefano Saglia, sottosegretario del ministero, con delega all’Energia, ha precisato che «in caso di eventuali interruzioni ci sono stoccaggi non utilizzati per finalità commerciali, che sono quelli ordinari e di sicurezza». Anche il presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, si è sentita in dovere chiarire che la situazione è sotto controllo.Ma la preoccupazione c’è. Perché se la sospensione delle forniture da Tripoli non crea enormi problemi nell’immediato, sul lungo periodo la situazione rischia di diventare molto difficile da gestire. Romani infatti era tra i più attesi al vertice sulla Libia convocato d’urgenza ieri sera dal premier Silvio Berlusconi. Mentre per fare il punto sul rischio di crisi energetica questa mattina si riunirà il Comitato di emergenza per il gas, l’organo di consulenza al ministero che include anche il presidente dell’Autorità per l’energia elettrica e il gas, e un rappresentante di ogni impresa di trasporto e di stoccaggio operante sul territorio nazionale. Si discuterà dell’ipotesi di chiedere lo stato di emergenza al vertice convocato dall’Agenzia internazionale dell’energia per giovedì a Parigi.Intanto i colpi della rivolta libica si sono sentiti anche a Piazza Affari. La Borsa è rimasta chiusa per problemi tecnici dalle 9 del mattino fino alle 15.30, e qualcuno ha malignato dicendo che non apriva per evitare un altro scivolone. Nelle due ore di contrattazione (chiuse con un -1%) i titoli più esposti in Libia hanno sofferto ancora: -2% Impregilo, -2,4% Ansaldo, -1,3% Finmeccanica, -0,8% Eni.Sui mercati internazionali la crisi di Tripoli ha gonfiato ancora il prezzo del barile di petrolio, che a Londra ha toccato un massimo di 108,57 dollari, il record degli ultimi due anni e mezzo, prima di rientrare sotto i 100 dollari. A New York il barile ha chiuso con un rialzo dell’8,8%, a 93 dollari. Il cartello dei produttori dell’Opec ha assicurato che in caso di carenza di greggio aumenterà la produzione.