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La missione. Libia, soldati italiani fra i primi militari dell'Onu

Vincenzo R. Spagnolo mercoledì 27 aprile 2016
Fra smentite ufficiose e dichiarazioni ufficiali, la complessa partita politico-diplomaticomilitare che si gioca fra Tripoli, Bruxelles, New York, Roma, Parigi e le altre cancellerie occidentali ieri ha registrato altri minimi movimenti. Non c’è alcuna accelerata, né una tempistica precisa, insistono diverse fonti, ma proseguono i preparativi mirati rispetto ai possibili scenari. Il «pieno supporto» al governo di unità nazionale di Fayez al Sarraj non è in discussione, ma sul piano militare non c’è ancora un contingente definito. E non ci sarà finché non arriverà, attraverso la mediazione diplomatica delle Nazioni Unite, una richiesta formale dall’esecutivo libico, ancora ostaggio della lentezza nel decidere del parlamento di Tobruk e dei malumori del generale Khalifa Haftar. Nell’attesa, i primi scarponi occidentali sul suolo libico potrebbero essere quelli di 200-300 militari di vari Paesi, schierati a Tripoli a protezione della costituenda sede dello staff della missione Unsmil (United Nations Support Mission in Libya). Una mini-forza internazionale alla quale l’Italia potrebbe «fornire il contributo più rilevante» (fino a diverse decine di soldati, già selezionati fra personale esperto di Esercito e Carabinieri). La partenza di quella prima aliquota potrebbe vedere il coinvolgimento del Parlamento (con comunicazioni del governo o con un pronunciamento sotto forma di voto), ma i tempi di invio del personale non sono certi (c’è chi dice «nei prossimi giorni», chi «fra qualche settimana») perché legati al sì della coalizione internazionale alla richiesta dell’inviato Onu per la Libia Martin Kobler (sulla sua intenzione di trasferirsi a Tripoli in pianta stabile, ci sarebbero alcune obiezioni).  Tutt’altra questione è quella relativa alla costituzione della Liam (la missione internazionale d’assistenza alla Libia), alla quale l’Italia prenderà parte con un ruolo di rilievo, ma rispetto alla quale – dicono alcune fonti – «nessuna decisione» è stata ancora adottata, compresa la pianificazione del contingente italiano, che «è in fase interlocutoria». Proprio per questo, ieri mattina a Palazzo Chigi ha suscitato irritazione la lettura di indiscrezioni giornalistiche sulla presunta offerta di 900 militari dell’esecutivo italiano a quello libico: prima fonti di governo, poi una nota ufficiale dello Stato maggiore della Difesa (riferita in particolare a un articolo pubblicato sul Corriere della Sera) le hanno bollate come «destituite di ogni fondamento». Il nodo politico-diplomatico resta quello degli ultimi mesi: il Consiglio presidenziale libico di Sarraj non ha ancora piena legittimità. Quando la otterrà, potrà avanzare formalmente le proprie richieste (protezione dei pozzi petroliferi, supporto, mezzi e addestramento alle milizie libiche nel contrasto ai jihadisti del Daesh) all’Onu, che varerà una risoluzione per definire la cornice della missione: «Ma siamo ancora lontani da questo», fa notare il vicesegretario generale delle Nazioni Unite Jan Eliasson.Ieri a Tripoli, nella base navale di Abu Seta, il premier Sarraj ha ricevuto una nutrita pattuglia di diplomatici europei, fra cui l’ambasciatore tedesco Christian Mukh, l’inviato del governo italiano Giorgio Starace e il capo delegazione della Ue in Libia, Nataliya Apostolova, la quale ha garantito «pieno supporto» alle autorità libiche, ricordando però che l’Unione Europea è «pronta a varare nuove sanzioni» nei confronti delle personalità libiche che ostacolino il processo di riconciliazione nazionale. Mentre Starace ha detto che l’Italia organizzerà «una nuova conferenza per supportare il governo di riconciliazione nazionale» (da poco rappresentanti del ministero libico della Sanità hanno firmato a Roma un memorandum d’intesa su aiuti e medicinali). Dal canto suo, la Francia ha annunciato di essere pronta a sostenere il governo di unità nazionale per garantire la sua «sicurezza dei mari». In attesa che la situazione si sblocchi, gli esperti dei 34 Paesi della Liam perfezionano i piani d’azione. La missione potrebbe prevedere l’invio di alcune migliaia di uomini e l’Italia dovrebbe avere un ruolo guida. Il compito principale sarà quello di addestramento delle forze di sicurezza libiche: accanto agli istruttori militari, del contingente potrebbero far parte soldati per la protezione la protezione di siti sensibili (pozzi compresi), team specialistici (artificieri) e teste di cuoio delle forze speciali. Ma l’Italia (che attualmente schiera 12.300 militari in 25 missioni, estere e in Italia, come «Strade sicure, e sta per inviarne altri 500 a protezione della diga irachena di Mosul) potrebbe sostenere un ulteriore sforzo? Sì, secondo il ministro della Difesa Roberta Pinotti: «Al momento abbiamo tutte le capacità necessarie a fronteggiare gli impegni in corso e quelli che potrebbero giungere, fin dalle prossime settimane».