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IL FENOMENO. L’Etiopia ridotta alla fame dà cibo ai ricchi Paesi arabi

Emiliano Bos domenica 23 maggio 2010
Il vento sferza seicento schiene quasi tutte piegate a terra, una terra fertile e rigogliosa. I foulard colorati delle operaie svolazzano nel cielo terso della Rift Valley, una cinquantina di chilometri a sud di Addis Abeba. Qui si raccoglie la verdura degli sceicchi, che a Gedda o Dubai pagheranno a caro prezzo i broccoli “Agassi” raccolti da mani callose per una paga di 75 centesimi di euro al giorno. Nel blocco “3 B”, due campi più in là rispetto ai cavolfiori, cresce la  lattuga che qualcuno gusterà in una altrettanto costosa insalata servita in un ristorante degli Emirati. La verdura globale si mangia nel Golfo arabo ma cresce in quest’azienda agricola di 70 ettari in Etiopia, uno dei Paesi più affamati dell’Africa con oltre 10 milioni di persone bisognose di assistenza alimentare. Con una dozzina di grandi laghi, altrettanti corsi d’acqua principali e oltre 3,5 milioni di ettari di terra irrigata, l’Etiopia è il «sogno blu» per gli investitori dell’arido Golfo arabo. I sauditi dal 2015 cesseranno la produzione di cereali sul proprio territorio per decentralizzarla, soprattutto in Africa. Non hanno acqua nel loro deserto. Qui sotto, invece, di acqua ne scorre tanta. «L’irrigazione non è un problema, abbiamo scavato cinque pozzi», spiega Tibebe Demeke, direttore della Jittu, società che da circa un anno coltiva ed esporta ortaggi a foglia verde. Più che con l’aratro, i campi sembrano tracciati col righello. Accanto alle grandi serre usate per la crescita dei germogli, le file di sedano e prezzemolo sono incastonate in geometrie impeccabili. Passa anche dall’Etiopia la nuova «corsa alla terra» africana. Terra ubertosa ma soprattutto quasi gratuita. AAA AFFITTASI TERRELa proprietà dei latifondi resta del governo, ma mezzo secolo d’affitto costa davvero poco agli investitori stranieri. «Pochissimo, quasi nulla» assicura Messele Fisseha, un ricercatore di Addis Abeba. Nell’ordine di una manciata di dollari all’ettaro, per concessioni di decine d’anni su immensi appezzamenti. Gli attivisti lo chiamano “land grabbing”, accaparramento della terra. Ma in Etiopia è lo stesso governo ad offrire – o svendere, secondo alcuni – i suoi campi. «Incoraggiamo gli investitori motivati e seri a impegnarsi nel settore agricolo» si legge sul volantino del ministero dell’Agricoltura e dello Sviluppo rurale. Da pochi mesi è stata creata anche un’apposita «agenzia di sostegno agli investimenti», per convincere società straniere a scommettere pregiata valuta estera (indispensabile al governo) nell’Eldorado verde del Corno d’Africa. Il dicastero etiopico garantisce che dei 74 milioni di ettari coltivabili solo 12 milioni sono usati dai contadini locali. Il resto può soddisfare quelli che l’organizzazione non governativa spagnola Grain definisce «nuovi colonizzatori». Che vengono dal vicino Golfo arabo ma anche da Cina, Egitto, Corea del Sud e India. Da Bangalore arriva la Karuturi, numero uno al mondo nell’esportazione di rose recise e già attiva in Etiopia nel settore della floricoltura. Nello Stato di Gambella, al confine col Sudan, ha da poco avviato la produzione di riso. Da quelle parti, il governo federale di Addis Abeba mette a disposizione tra gli altri un lotto di 385mila ettari, equivalente da solo alle superfici delle province di Milano e Bergamo. Su Wellega Road, appena fuori dalla capitale, si vedono le grandi “green house”, le serre usate per floricoltura e orticoltura. Inerpicandosi verso Wenchi, un vulcano spento dove apicoltori e guide turistiche sono sostenute da un progetto dell’italiana Slow Food, appare evidente invece il frazionamento dei piccoli terreni dei contadini: un mosaico dalle mille toppe verdi. IL PARADOSSO DELL’ARATROScendendo verso la regione del Guraghe, si tagliano valloni fertili e rigogliosi. Visto da quest’angolo dell’Etiopia, non ci si spiega perché il secondo Paese più popoloso dell’Africa non riesca a raggiungere l’autosufficienza alimentare. «È un paradosso: la maggior parte degli etiopi è costretta a coltivare solo piccoli appezzamenti, su cui a malapena sopravvive» osserva un funzionario dell’ufficio di Addis Abeba della Banca mondiale, che chiede l’anonimato. Spiega che il programma “Safety Net”, finanziato dai donatori internazionali con 500 milioni di dollari l’anno, garantisce cibo o soldi in contanti a 8 milioni di etiopi in cambio di un mese di lavoro all’anno per la loro comunità locale. «Appare evidente – aggiunge – il contrasto tra i grandi lotti ceduti per fini commerciali agli stranieri e i piccoli terreni riservati alla sussistenza per 65 milioni di contadini», su una popolazione di 80 milioni. Ad Awassa, circa 300 chilometri a sud della capitale, la Saudi Investments del miliardario saudita Mohammed al-Amouni (etiope di nascita) sta costruendo un modernissimo impianto di lavorazione degli ortaggi, in vista di ulteriori acquisizioni fino a mezzo milione di ettari. Nel Guraghe, invece, l’aratro è trascinato dai buoi.  A Getche, non lontano dal capoluogo regionale Welkite, anche la famiglia di Getachew s’affida a due stanche bestie da soma per arare un campicello. Il duro lavoro agricolo permette di sopravvivere dentro un tukul, la tipica capanna a pianta circolare. Sotto lo stesso tetto di fascine di paglie, uno steccato di legno divide i giacigli di questo contadino, dei suoi 5 figli e degli animali. Il bue fa capolino in una sorta di open space, realizzato non per vezzo architettonico ma per necessità di razionalizzare i pochi ambienti a disposizione. Le capanne  sono disposte lungo una strada sterrata che il governo sta finalmente iniziando ad asfaltare. Addis Abeba dista tre ore d’auto ma sembra una distanza infinita. BANANO FINTO E VEROL’unico presidio sanitario nel raggio di decine di chilometri è un dispensario gestito dalle suore siciliane Figlie della Misericordia e della Croce. Suor Francesca Shurabet, la capo-infermiera etiope, mostra un registro con l’elenco delle prestazioni nel mese di aprile 2010: 84 casi di malaria, di cui quattro falciparum, che qui continua a mietere vittime. «Oltre alle cure di base, forniamo anche un po’ di educazione sanitaria». La religiosa s’infervora quando spiega che qui si coltiva l’Ensete, il cosiddetto falso banano, del tutto simile a quello da frutto ma da cui si ricava invece la farina per il kotcho, un pane tradizionale. «Ho suggerito decine di volte ai contadini di coltivare il vero banano, che garantirebbe un minimo di fabbisogno vitaminico. Ma qui non glielo spiega nessuno». Eppure, riflette, «su questa terra butti un seme e cresce subito». Adesso lo sanno anche i cowboys dell’agrobusiness. Che cavalcano verso la nuova frontiera africana senza perdere tempo.