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Ucraina. «Le armi distruggono, noi costruiamo». Ecco la nuova chiesa della speranza

Giacomo Gambassi, inviato a Leopoli sabato 29 ottobre 2022

La chiesa dei preti orionini in costruzione a Leopoli che la guerra non ha fermato

La cupoletta su cui domina una croce smagliante è appena stata issata sopra la grande cupola che accoglie la nuova chiesa. Ed è anche già stata avvolta dal fumo delle esplosioni portate dalle bombe che sono tornate a cadere su Leopoli. «La guerra distrugge, mentre noi costruiamo per la nostra gente. E per ribadire che la speranza non può mai spegnersi», spiega don Egidio Montanari. È italiano e orionino. Missionario in Ucraina da vent’anni. E ora “padre” della chiesa che la congregazione fondata da don Luigi Orione sta realizzando alla periferia della città. Una chiesa d’autore, firmata dall’architetto Mario Botta, che l’invasione russa non ha fermato. «Anzi, proprio quando il nostro quotidiano è segnato da una cultura di morte, vogliamo testimoniare che la violenza e l’odio non hanno l’ultima parola».


Lo scheletro in cemento armato è terminato. Ed emerge fra i casermoni di stampo sovietico in un quartiere povero di 30mila persone dove la parrocchia non è solo una “casa” per l’anima ma anche un “pronto soccorso” per le famiglie che, in gran parte, fanno fatica a mettere qualcosa sulla tavola. «Abbiamo aperto il cantiere quasi due anni fa. E ci siamo affidati alla manodopera locale. Così possiamo dare un’occupazione a chi vive qui, anche se adesso sono in tanti a bussare per chiedere un lavoro non appena vedono le impalcature», racconta il sacerdote originario di Lodi. Sono soprattutto gli sfollati dell’Est del Paese che hanno abbandonato i territori occupati o sotto attacco continuo. «Parlano russo. E sono gli unici in città – dice don Egidio –. Spesso chi è fuggito ha già esaurito i risparmi. L’affitto di un appartamento raggiunge anche i quattrocento euro al mese: impossibile pagarlo se manca il lavoro». Allora si chiede aiuto ai “preti italiani”, come li chiamano. Perché accanto a don Egidio c’è don Moreno Cattelan che fa la spola con Kiev. Sacerdoti che hanno lasciato il rito romano per abbracciare quello orientale della Chiesa greco-cattolica. «Se vuoi essere accanto al popolo, devi capire le radici che ha. E qui la maggioranza è greco- cattolica», afferma don Moreno. Avrà, quindi, l’iconostasi la nuova chiesa, con una ventina di immagini sacre. E sarà la prima di taglio contemporaneo in Ucraina. «Pensavamo che l’idea avrebbe sconvolto la gente. In realtà ci hanno donato persino l’oro per rivestire la cupoletta, regalando collane o anelli – riferisce don Moreno –. Mi viene in mente la vedova del Vangelo che aveva offerto pochi spiccioli ma era tutto il suo tesoro».


È intitolata alla Divina Provvidenza la parrocchia nata dentro un appartamento dell’agglomerato e adesso divisa fra una sorta di hangar che fa da tempio e il monastero in mattoni rossi – anch’esso disegnato da Botta – che ospita i sacerdoti e soprattutto i più fragili. Dai bambini che «hanno ancora l’incubo degli allarmi» alla comunità di disabili che vive in un’ala del complesso e anima “Casa Cafarnao”. Otto in tutto, anche con problemi psichici, tornati a Leopoli dopo aver passato alcuni mesi in Italia per essere protetti dal terrore della guerra. Uno di loro ha dentro di sé i segni del conflitto cominciato otto anni fa. «Viene dal Donbass – racconta don Moreno –. Nel 2014 è stata bombardata la casa di famiglia appena completata. La madre è morta di crepacuore. E con il fratello è approdato a Leopoli». Tutti i sabati in trecento si presentano sul sagrato per ricevere il “pacco viveri”. E ogni giorno i ragazzi affollano l’oratorio benché le sirene possano suonare da un momento all’altro. Quando piovevano le bombe, il monastero ha accolto impauriti e sfollati. Come una famiglia in cui i genitori erano sordi e il figlio di 10 anni faceva loro da interprete. «E passava le giornate incollato alle finestre ripetendo: “Devo sentire subito i rumori di un attacco per portare papà e mamma nel rifugio”», confidano i preti dell’Opera Don Orione.


La guerra lacera una nazione. E le coscienze. «L’Ucraina sta perdendo un’intera generazione. Si tratta dei giovani che vanno dai venti ai trenta anni e che combattano al fronte – riflette don Egidio –. Andrà ricostruito il Paese, ma ben più arduo sarà risanare i cuori avvelenati dal senso di vendetta. Il cessate-il-fuoco verrà; invece la riconciliazione sarà laboriosa». Un sospiro. « E se anche fra i cattolici ucraini non si comprende il gesto del Papa alla Via Crucis al Colosseo di far portare la croce a una donna ucraina e a una russa, ciò mostra quanto il concetto del “nemico” inquini l’umano. Non si alza lo sguardo. Non si pensa al futuro». E non basterà una pace a tavolino per dire che la guerra è finita.