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Rivolta a Parigi. Le 1.500 banlieue francesi: cosa non ha funzionato (e cosa vuol dire)

Daniele Zappalà, Parigi martedì 4 luglio 2023

La rivolta delle banlieu

Cosa si è rotto o spezzato? La Francia se lo chiede, non riuscendo facilmente a riconoscersi allo specchio, dopo l’esplosione devastante dell’«effetto Nahel». Così, per offrire tasselli di spiegazioni, ci si accapiglia di nuovo, fra studiosi, esperti e operatori sul campo, pur concordando spesso almeno su un punto circa il contesto del disastro: nonostante tutto, per fortuna, molte persone di buona volontà restano impegnate ogni giorno nella sfida di lungo corso per evitare che quegli “insorti” divengano una “gioventù perduta”. Sono almeno 4 i grandi fronti d’azione di questi “riparatori”, attorno ad altrettanti nodi che, per quei ragazzi, corrispondono spesso a ferite aperte.

1. La segregazione urbana

È certamente il nodo più visibile. Eredità talora di quegli anni Sessanta e Settanta in cui la Francia fece campagna pure nel Maghreb per reclutare le braccia mancanti nella propria industria, all’epoca galoppante, i quartieri-alveari delle banlieue rappresentano il simbolo di un’incontestabile segregazione urbana. Oggi, si chiamano ‘quartieri prioritari’, perché al centro di vasti piani di riqualificazione costati 12 miliardi di euro nel periodo 2004-2020, prima d’un bis dello stesso ammontare per il decennio fino al 2030. Sono circa 1.500 aree e contano una popolazione di 5,5 milioni d'abitanti. Il tasso di povertà vi supera spesso il 40%, con una forte dimensione multireligiosa, anche fra correnti dell’islam, collegamenti insufficienti, non di rado pure una criminalità cronica, tanto da far parlare in questi casi di «territori persi dalla Repubblica».

2. Il razzismo strisciante

«Sì, a volte sono talentuosi e ne ho assunti, ma capisco bene quelli che non lo fanno, se è per poi sentirsi rinfacciare di tutto, o perdere un tempo dannato a negoziare con gente poco disciplinata», ci dice il datore di lavoro di una start-up informatica nel cuore di Parigi, chiedendo l’anonimato. In effetti, tante associazioni di lotta al razzismo hanno ormai dimostrato da anni l’allergia cronica delle imprese per reclutare giovani provenienti dalle cités. Di fronte a CV praticamente identici, ma con cognomi di famiglia o indirizzi di residenza diversi, le ditte molto spesso scartano in partenza i giovani con apparenti radici arabo-musulmane o africane. I quali, fra l’altro, subiscono controlli di polizia 20 volte più degli altri francesi, come ha dimostrato in un rapporto choc lo stesso Difensore civico transalpino. Ufficialmente, anche tramite la Dilcrah (Direzione interministeriale di lotta al razzismo), il governo riconosce la pervasività dei pregiudizi razziali, approntando politiche, studiando misure (come quella dei CV anonimi d’assunzione nelle grandi imprese, di fatto quasi mai applicati), inasprendo le pene (fino a 3 anni di carcere e 45mila euro d’ammenda). Ma la piaga rimane, accentuando il senso d’esclusione dei giovani.



3. Le disuguaglianze educative

Ufficialmente, la scuola francese è presentata come la «fucina della Repubblica», o il «pulsante dell’ascensore sociale». Ma ogni 3 anni, i dati comparativi Ocse inchiodano in realtà un modello transalpino in cui, per i giovani dei ceti popolari, è più difficile avere buoni risultati scolastici, rispetto ad tanti altri Paesi ricchi. Come hanno ormai dimostrato tanti studi universitari, un mix di vecchio elitismo di tradizione napoleonica e di “strategie” genitoriali anch’esse all’insegna di una forte competizione e distinzione sociale finisce quasi sempre per penalizzare in primis i ceti con un basso capitale educativo di partenza, ovvero quelli spesso legati all’immigrazione, residenti non di rado nelle banlieue e nelle cités, dove fra l’altro è alto il tasso d’abbandono scolastico. In modo sprezzante, si parla di ‘licei spazzatura’ per quelli dove molte famiglie non iscriverebbero mai i propri rampolli. Rare sono ancora le istituzioni educative prestigiose che cercano di creare ponti con la gioventù delle banlieue.

4. Il fallimento dell’integrazione

Secondo molte agenzie pubbliche territoriali, non è raro che delle opportunità professionali o dei percorsi formativi disponibili vengano esplicitamente rifiutati dai giovani di banlieue, ad esempio quando sono già stati aspirati dall’economia del narcotraffico. Ma anche gli altri tendono a mostrare talora forme varie di diffidenza, se non ostilità verso certe mani protese dai poteri pubblici. Per certi sociologi, è ormai datato e fallimentare il vecchio modello d’integrazione assimilazionista alla francese. Fra risentimento per i pregiudizi subiti e talora persino una certa idealizzazione del mondo arabo-musulmano degli antenati, pare spesso vacillare persino la fierezza per quella carta d’identità francese tenuta in tasca.
Scarseggiano inoltre i luoghi di confronto e scambio capaci di far breccia nelle frontiere sociali e culturali. In questo senso, certe istituzioni cattoliche (oratori parrocchiali, associazioni per il dialogo interreligioso) svolgono un ruolo di ricucitura sociale ritenuto spesso primordiale pure da molti sindaci.

COSA VUOL DIRE BANLIEUE

L’esclusione è scritta fin nella parola. Banlieu è il risultato dell’unione dei termini: “ban”, cioè mettere al bando, e “lieu”, che significa luogo. Banlieue, dunque, sono “i luoghi messi al bando” ovvero separati dalla metropoli. Le banlieue si sono sviluppate nel secondo dopoguerra con la costruzione di palazzine popolari nelle periferie delle città. Originariamente pensate per famiglie di classe media, tra gli anni Sessanta e Settanta, per l’elevata disoccupazione hanno finito per ospitare gli immigrati delle ex colonie dal basso reddito. Sovraffollamento e carenza di servizi le ha trasformate in zone degradate.