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Il popolo dimenticato. Algeria, emergenza profughi saharawi

Gilberto Mastromatteo domenica 1 novembre 2015
«In 40 anni, non avevamo mai visto piovere così». Hayat Mohamed era appena nata quando fu costretta a fuggire dalla sua terra, il Sahara Occidentale, nell’autunno del 1975. Oggi, dopo 40 anni trascorsi in un campo profughi, nel deserto algerino dell’Hammada, non le è rimasto nulla. Dieci giorni di piogge torrenziali, tra il 17 e il 27 ottobre scorsi, le hanno portato via casa e bestiame. E come lei, sono decine di migliaia i saharawi rimasti senza un tetto. Case di terra e sabbia, edificate con mattoni di fango secco, totalmente inadatte a fronteggiare piogge come quelle di quest’autunno. «Si sono sciolte come cioccolato – racconta Hayat –. E dire che fino a un paio di mesi fa qui abbiamo sopportato temperature superiori ai 50 gradi. Molti anziani non hanno retto e sono morti. È stata un’estate terribile, cui è seguito un autunno catastrofico».  La wilaya (la provincia) maggiormente colpita è quella di Dakhla, posta  più a est di tutte le altre e dunque difficile da raggiungere anche da parte dei soccorsi. Qui sono migliaia le persone rimaste improvvisamente senza riparo. Scuole, asili e centri sanitari sono stati distrutti o seriamente danneggiati. Si calcola che su una popolazione complessiva di 160mila rifugiati, almeno 25mila siano coloro che si trovano nelle condizioni di Hayat. «Le pareti intrise d’acqua continuano  a crollare anche dopo giorni – conferma Brahim Fadel, che risiede nella wilaya di Auserd –, c’è chi si è andato a rifugiare sulle dune più alte,  per paura di annegare». Tutto attorno, enormi vallate coperte di acqua  si sono trasformate in inedite piscine dove, con il primo sole, i bambini  hanno preso a far pericolose gare di tuffi. «Pericoloso perché l’acqua stagnante è contaminata – spiega Brahim – ora si profila persino il rischio di epidemie». «La situazione è complicata, ma per fortuna, ha smesso di piovere – racconta Omar Mih, rappresentante della Repubblica araba saharawi a Roma –. Il popolo saharawi si trova ad affrontare l’ennesima sfida. Stiamo tentando di coordinare in maniera efficace le varie iniziative di sostegno e raccolta fondi che da più parti sono state avviate».  Nei giorni scorsi la Mezzaluna rossa saharawi ha ribadito l’appello ai governi e alle organizzazioni internazionali affinché si adoperino «per evitare una catastrofe umanitaria nei campi». Immediata la risposta delle Nazioni Unite, che hanno creato una commissione di emergenza composta da Acnur (l’Alto commissariato dell’Onu per i rifugiati), Unicef e Oxfam per quantificare gli sfollati e intervenire con i soccorsi. La Cooperazione italiana ha fatto la sua parte.All’Acnur andranno 200mila euro per la ricostruzione. «Abbiamo chiesto al ministero degli Esteri un intervento urgente e immediato, attraverso la nostra ambasciata ad Algeri», spiega il senatore del Pd Stefano Vaccari, presidente dell’Intergruppo parlamentare di amicizia con il popolo saharawi. «Bisogna fare in fretta – dice Brahim –, molto in fretta. Sebbene le temperature siano ancora attorno ai 20 gradi, l’inverno si avvicina velocemente. E nel deserto può essere molto più rigido di quanto si creda».Proprio alla fine di quest’anno, il Frente Polisario (l’organizzazione militante attiva nel Sahara Occidentale che lotta per la realizzazione del diritto all’autodeterminazione del popolo  saharawi) andrà a Congresso per scegliere se confermare o meno l’attuale presidente Mohammed Abdellaziz. Uno sforzo organizzativo che appare ancor più proibitivo, in questa situazione.