Mondo

LA SITUAZIONE. Ore d'angoscia per i 250 prigionieri Il capobanda è in contatto con Hamas

Paolo Lambruschi sabato 18 dicembre 2010
Ore di angoscia per i 250 eritrei pri­gionieri di una banda di spietati trafficanti. Ottanta provenivano dalla Libia, gli altri dal Corno d’Africa. Con loro vi sarebbero anche sudanesi, etiopi e somali. Sono detenuti in condizioni atro­ci e inumane. Otto sono stati uccisi nel cor­so della prigionia, gli ultimi due – entram­bi diaconi ortodossi – una settimana fa per­ché non avevano la possibilità di pagare gli 8mila dollari di riscatto. E di quattro persone si sono perse le tracce. Si ipotizza che siano state prese per prelevare loro un rene in cambio della libertà. Ieri un ragaz­zo in contatto con il sacerdote eritreo Mo­sè Zerai, che per primo ha lanciato un al­larme, ha rivelato che u­na donna starebbe per partorire. Date le condi­zioni in cui si trova la don­na, si teme per la sua vita e per quella del nascituro. Intanto gli attivisti dell’as­sociazione Everyone, che segue la vicenda dall’ini­zio ed è anch’essa in con­tatto con gli ostaggi, ha di­ramato una nota sulla si­tuazione. Anzitutto han­no ricordato il luogo di detenzione, già se­gnalato alle autorità egiziane e all’Acnur. «Sono incatenati – sostengono gli attivisti – mani e piedi, all’interno di alcuni con­tainer in un frutteto alla periferia di Rafah, accanto a una grande moschea e a una ex chiesa convertita in scuola, vicinissimi a un palazzo governativo egiziano, tant’è che i profughi possono vederlo». Hanno an­che ribadito il nome del capobanda. Si trat­ta del beduino Abu Khaled, che vive vici­no alla striscia di Gaza. L’uomo che avreb­be contatti con Hamas, è stato persino in­tervistato un anno fa dalla stampa britan­nica. Quanto alle condizioni dei prigionieri confermano che sono allo stremo. «Da alcuni giorni, dopo le uccisioni, gli stu­pri, le torture con ferri roventi, le estorsio­ni, ci stanno manifestando il proposito di togliersi la vita». I leader dell’associazione dovevano parti­re per Rafah, ma la missione è stata an­nullata. Volevano offrire supporto alle in­dagini, ma «tramite l’Ambasciata italiana a Il Cairo, ci è stato risposto che il governo egiziano non riconosce l’esistenza degli o­staggi e non è stato offerto il minimo so­stegno alla missione. Ci è stato peraltro sconsigliato di recarci in Rafah, per una questione di sicurezza». Ieri, intanto, la po­lizia egiziana ha arrestato 15 migranti ille­gali mentre cercavano di entrare in Israe­le dal Sinai. Otto sono eri­trei e sette etiopi. Sono stati trovati in due camion in marcia verso il confine con lo Stato ebraico. Si i­gnora se appartengano o meno al gruppo di prigio­niero. Sul fronte diploma­tico, ieri a Roma, l’amba­sciatrice egiziana presso la Santa Sede, Aly Hama­da Mekhemar, ha ricevu­to don Mosé Zerai ac­compagnato da Savino Pezzotta, parla­mentare dell’Udc e presidente del Cir, il Consiglio italiano per i rifugiati. «Abbiamo consegnato – spiega Pezzotta – all’amba­sciatrice tutto quanto in nostro possesso per identificare il luogo dove sono dete­nuti in condizioni disumane. Lei ci ha ga­rantito che farà il possibile per attivare il suo governo». Non vi sono garanzie sulla liberazione, però è stato posto un quesito importante che può essere uno spiraglio. «Ci ha chiesto se dovessero venire liberati chi se ne farà carico. Credo – ha concluso Pezzotta – che tocchi all’Ue tutta, Italia compresa».