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Reportage. Gli eritrei bloccati nei campi etiopi «Siamo già morti»

Marco Benedettelli - Addis Abeba venerdì 5 ottobre 2018

La baraccopoli di Mai Aini nella regione etiope del Tigrai

Non è vita quella che si consuma nell’arcipelago di campi profughi del Tigrai, nel nord dell’Etiopia, dove decine di migliaia di eritrei passano le giornate, circondati da altopiani silenziosi e profili montuosi a perdita d’occhio, in un isolamento senza scampo. «Tutti sanno quanto sia pericoloso scappare, che nel deserto si muore e in mare si affoga, che in Italia non ci vogliono. Sappiamo dei porti chiusi. Ma chi ha qualche risorsa, fugge. Meglio la morte che impazzire», racconta un giovane eritreo poco più che trentenne sulla strada che attraversa la tendopoli di Mai Aini, un informe conglomerato di lamiere e case di fango dove vivono circa dodicimila persone, alcune da dieci anni. Il ragazzo si raccomanda totale anonimato: il regolamento dell’Arra, l’agenzia governativa etiope che organizza il campo, è rigido. «Possiamo parlare coi “ferengi” (gli stranieri di pelle bianca, ndr) autorizzati che visitano il campo in veste ufficiale. Non abbiamo libertà di movimento, non possiamo lavorare. C’è molto controllo, molta pressione attorno a noi.

E chi si comporta male – continua a ripetere con l’angoscia di chi si sente fragile e ricattabile – è tenuto lontano dai programmi di ricollocamento verso l’Europa, la nostra unica speranza per uscire da qui in modo sicuro. L’altra via è quella della fuga, come ha fatto un ragazzo proprio ieri notte, scomparso. Affronterà il viaggio coi soldi che un parente gli ha mandato dall’Europa. Anche il mio migliore amico ora vive in Germania, ci ha messo tre anni ad arrivare, ha attraversato il Sudan e la Libia », e mostra dal suo cellulare, con speranza, la foto del permesso di soggiorno tedesco che il compagno d’infanzia gli ha inviato. Non è l’unica persona incontrata sulla strada che attraversa il campo a spalancare la porta sulla sua inquietudine.

Un uomo di 36 anni, scappato in Etiopia nel 2008 e padre di due figli nati a Mai Aini, parla delle difficoltà materiali che deprimono l’esistenza di tutti. L’acqua è poca, la razione giornaliera è di 20 litri, ma spesso si resta senza per giorni e allora bisogna comprarla. «Si litiga spesso per l’acqua, è un’ossessione». I rifugiati ricevono una quota di 60 birr mensili (meno di due euro) e 10 chili di viveri per cucinarsi nelle proprie baracche.

Lungo il reticolo di strade polverose ogni tanto si vedono qua e là microscopiche caffetterie o negozi di suppellettili che qualche rifugiato ormai stanziale è riuscito ad aprire. Dopo dieci anni di esistenza il campo ha assunto una gracile morfologia urbana, le vie di raccordo tra le cinque zone fungono da arterie del passeggio, ci sono chiese e moschee, cartelloni delle Nazioni Unite appesi nei luoghi più in vista che incitano a combattere la piaga della violenza sessuale sulle donne.

Al di là d’un po’ di sport, altri momenti di socializzazione non sono contemplati. «C’era un centro giovanile dove ci s’incontrava ma è stato chiuso per tagli di budget. I nostri figli vanno a scuola nella totale demotivazione. Vivere sotto il sole cocente e il nulla attorno li deprime». Tutti i campi distano fra loro a qualche ora di macchina. Oltre ai pastori a seguito di mandrie di vacche e greggi di agnelli, qualche cammello o branchi di babbuini che saltano fra le rocce, lungo le strade s’incontrano solo una sequela martellante di check-point. Ne contiamo sette.

I controlli si sono enormemente intensificati dallo scorso aprile, quando l’ex primo ministro Hailemariam Desalegn e il suo governo espressione della minoranza tigrina hanno fatto spazio al nuovo premier Abiy Ahmed, di etnia oromo. Un cambio arrivato dopo 18 mesi di proteste in tutto il Paese che hanno causato 700 morti. E che a sono tornate a divampare a metà settembre quando secon- do Amnesty International ci sono stati 58 morti, 23 per la autorità, a seguito della violenta repressione poliziesca scattata per sedare sconti interetnici a Buraya, sobborgo di Addis Abeba da cui sono sfollate 9.844 persone. E ora in Tigrai l’atmosfera è tesa, come se la regione si sentisse circondata dall’ostilità degli altri gruppi etnici. Il campo di Hitsats dista circa un paio d’ore da Mai Aini. Qui le testimonianze raccolte sono sempre più angoscianti.

«Le violenza sessuali sono molto frequenti, soprattutto su minorenni. Qui è durissima, negli ultimi tempi ho contato quattro suicidi. Io mi alzo la mattina alle sei è poi non so letteralmente cosa fare. Mi siedo e inizio a pensare che devo andare via, che devo scappare. È un pensiero che s’insinua nella mente di tutti. Per tantissimi diventa un’ossessione», spiega con un filo di voce un ventottenne.

«La paura fra la gente è cresciuta dopo il patto di pace fra Etiopia ed Eritrea siglato lo scorso luglio. C’è ansia che ora l’emergenza nel nostro Stato sia da considerarsi conclusa, e che inizino i rimpatri. Ma tornare a casa per noi significherebbe solo morire, l’orribile regime al potere considera noi espatriati come dei traditori, dei criminali da torturare». Il controllo feroce del dittatore Isaias Afewerki perseguita i rifugiati anche fuori dall’Eritrea con spie e informatori mandati da Asmara ad infiltrarsi nei campi, tra i veri profughi. I collaboratori raccolgono informazioni sui fuoriusciti e le comunicano in patria, dove poi scatta la punizione per parenti e amici. «Le spie si annidano fra le baracche, a causa loro c’è un clima di diffidenza reciproca fra noi», riferiscono i testimoni incontrati e intervistati. Non c’è speranza sul futuro del proprio Paese, in nessuno. Tutti con sguardi pesanti di sgomento ripetono che almeno fin quando questo regime resterà al potere le cose non potranno migliorare.

«La pace fra Eritrea ed Etiopia non cambierà nulla. Nella nostra patria ci sono più carceri che scuole, gli arresti arbitrari sono all’ordine del giorno», scandiscono, ognuno portando una propria testimonianza, un episodio traumatico vissuto sulla propria pelle. Nessuno è padrone di sé, è il regime sanguinario a determinare la vita dei propri cittadini, che scuola fare, che lavoro intraprendere. La miseria economica non dà scampo. «Le nostre infrastrutture sono ferme al 1991, quando il Fpdg (il partito unico eritreo, ndr) si è insediato al potere. E poi c’è il servizio militare obbligatorio. E non esiste congedo». Tale sistema va avanti perché Isaias si garantisce la collaborazione di una parte della popolazione. «Non resta che scappare, attraverso il confine minato con l’Etiopia, verso i campi, poi l’Europa dove, se non possiamo arrivare con mezzi legali, dobbiamo sbarcare sfidando i trafficanti, l’inferno libico e la morte».