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INGHILTERRA. La «legge» della gang: ci prenderemo tutto

Luigi Geninazzi giovedì 11 agosto 2011
Incappucciati in felpe colorate, sguardo torvo ed ostile verso gli estranei, parlottano fra loro in uno slang pressoché incomprensibile a chi non fa parte del gruppo. Li si può notare facilmente all’angolo di Clarence Road ad Hackney, uno dei quartieri più malfamati della periferia londinese, una lunga fila di case basse e di palazzi fatiscenti, teatro dei disordini e delle violenze di cui sono stati protagonisti. Più difficile avvicinarli. L’essere italiano però aiuta a vincere la loro istintiva diffidenza e a far scattare una reciproca curiosità. Mark, di soprannome Eddy, ha 15 anni e sembra essere il leader di questi ragazzini divisi dal colore della pelle ma uniti da una rabbia multi-razziale. Che spiega così: «Odiamo i poliziotti perché loro ci odiano e ci trattano male. Picchiano e uccidono senza motivo, come è successo la settimana scorsa a Tottenham. La verità inizia a venire a galla, hanno finalmente ammesso che Mark Duggan (il giovane padre di famiglia morto dopo essere stato fermato dalla polizia, ndr) non ha sparato alcun colpo. Gli unici assassini sono quelli che portano l’uniforme». Tutto il contrario dell’immagine che abbiamo sempre avuto del «bobby» londinese, flemmatico, bonario e disarmato. È un brutto colpo per le forze dell’ordine e per le autorità che non hanno tenuto conto della manifestazione di protesta, assolutamente pacifica, per l’uccisione di Duggan e si sono trovati impreparati a fronteggiare la violenza che è venuta subito dopo. Ma basta questo per spiegare i tumulti, le devastazioni, i saccheggi e gli incendi di auto e negozi? «Nessuno ci dà nulla, quando possiamo ci prendiamo noi qualcosa», risponde il ragazzo con un’alzata di spalle.È la sub-cultura delle gang giovanili, o per meglio dire adolescenziali, che non seguono alcuna logica se non quella del branco. Scotland Yard ne ha catalogate 257 in tutta l’area di Londra. Si distinguono per il colore preferito: rosso i «Broadwater Farm», (i più conosciuti nel quartiere di Tottenham dove sono scoppiati i primi incidenti), nero i «Chestnut», viola la misteriosa sigla del Npk. Formano e rompono alleanze come in un gioco, imitando i comportamenti dei peggiori. Sono poco più che bambini ma hanno già una mentalità cinica, violenta e opportunista. Tra loro ci sono anche ragazze, bottiglia di birra in una mano e sasso nell’altra, come si è visto in questi giorni. E sono trasversali a tutte le razze del grande «melting pot» che da decenni caratterizza la società inglese. Finora le grandi ed improvvise esplosioni di guerriglia urbana erano attribuite, a torto o a ragione, alla «black community» di origine africana. Non è più così. «Ho visto neri, gialli ed anche bianchi andare all’assalto della Tesco», racconta Jay Leemard, proprietario di un megastore di telefonini chiuso da lunedì come tanti altri negozi della periferia londinese. «Ho cercato di fermarli ma non ci sono riuscito», confessa la sua impotenza James Connolly, direttore di «Prospex», un’associazione d’aiuto ai ragazzi disadattati. E spiega: «Non riconoscono alcuna autorità, mantengono una lealtà di tipo tribale che ha sostituito totalmente l’appartenenza familiare». Un’analisi confermata da Camilla Batmanghelidjh, una signora d’origine indiana che ha fondato la «Kids Company». «Sta venendo su una generazione che sfugge a tutti gli schemi. Se non facciamo qualcosa, a cominciare dalle autorità, andremo incontro a problemi sempre più grossi», ammonisce.«Quel che è successo è destinato a ripetersi, prima o poi», è la sconsolante profezia di James, 16 anni, uno dei tanti giovani disoccupati che si possono incontrare ad Hackney. Vive con il sussidio minimo garantito di 200 sterline al mese (230 Euro) ma sta cercando lavoro. Dice di non condividere i furti ed i saccheggi compiuti dai suoi coetanei e, per dimostrare che non è il solo a pensarla in questo modo, mi fa leggere un messaggio ricevuto sul suo BlackBerry: «Facciamola finita con questi ridicoli idioti, ladri di merda che non meritano alcuna comprensione». Una violenza verbale che non fa presagire nulla di buono sulle rive del Tamigi. Il premier Cameron ha lanciato ieri una grande controffensiva, dichiarando che «verrà usato ogni mezzo per riportare l’ordine e la sicurezza». E gli alti comandi del Met, la polizia metropolitana, promettono che combatteranno il fuoco col fuoco, «Fire with fire», come dice una famosa canzone. Intanto sui tabloid vengono pubblicati gli identikit e le foto di chi ha preso parte ai disordini. «Non possiamo permettere cose del genere ad un anno dalle Olimpiadi», scrivono i giornali. Ma una vignetta sul The Daily Telegraph la butta sul ridere. «Un turista chiede: Dove si trova lo stadio olimpico? Risposta: «Giri al secondo autobus bruciato, poi prosegua fino a quando vede un negozio distrutto...». Il proverbiale humour salverà gli inglesi anche questa volta?