Mondo

La mappa. La guerra mondiale oggi è «a pezzi»

Lucia Capuzzi lunedì 25 maggio 2015
Non è più una contrapposizione tra schieramenti o blocchi. Il conflitto mondiale che dilania il Terzo millennio è mimetizzato in un poliedro di crisi, estese a macchia di leopardo per il pianeta. «La Terza guerra mondiale a pezzi», l’ha definita efficacemente papa Francesco. L’Istituto internazionale di studi strategici (Iiss) di Londra ha contato 42 conflitti aperti, per un totale di 180mila vittime nel solo 2014. In maggioranza i morti sono civili. Se, fino al Secondo conflitto mondiale, erano circa il 50 per cento dei caduti, ora – dice l’Onu – sono almeno il 90. Al devastante costo umano, si somma quello economico: 9.800 miliardi, l’11,3 per cento del Pil globale.
1 - SIRIA E IRAQDoveva essere un’altra “Primavera araba”. Le proteste contro il regime siriano di Bashar al-Assad, nel marzo 2011, sono invece sfociate nell’inverno della guerra civile. Una delle più cruente, con un bilancio di 210mila morti e almeno 3,7 milioni di profughi. Le forze di opposizione si sono ormai sfilacciate in una miriade di gruppi, spesso in lotta fra loro. A complicare lo scenario, l’irruzione dello Stato islamico (Is). La formazione, nata in Iraq, è proliferata nel caos del conflitto siriano, per iniziare la creazione del Califfato, attualmente esteso nelle regioni settentrionali a cavallo tra Siria e Iraq. Dalla conquista di Mosul, il 9 giugno – che ha segnato la nascita ufficiale del regime del terrore –, la persecuzione verso le minoranze si è fatta sistematica. E, nonostante la creazione di una coalizione internazionale a guida Usa, gli estremisti non cedono.
2 - ISRAELE/PALESTINALa guerra va avanti, tra fasi di escalation e tensione latente, da oltre 60 anni. L’ultimo capitolo di questa saga sanguinosa risale alla scorsa estate, con l’operazione “Confine di difesa”, lanciata dagli israeliani su Gaza in risposta al lancio di Qassam dalla Striscia. Nel conflitto, durato 50 giorni, sono morti 2.200 palestinesi e 73 israeliani. Le elezioni del 17 marzo a Gerusalemme hanno riportato al governo il “falco” Benjamin Netanyahu. Mentre i colloqui – sostenuti dagli Usa – sono tuttora bloccati.
3 - AFGHANISTANLa missione di combattimento Isaf si è conclusa il 31 dicembre. Dal 1 gennaio, al suo posto, è stata creata “Resolute Support” (Rs), il cui obiettivo  è quello di addestrare, formare e garantire consulenza alle Forze armate locali e alle istituzioni afghane, tutt’ora fragili nonostante il governo di unità nazionale del presidente Ashraf Ghani. Dopo 14 anni di guerra, il Paese è tutt’altro che pacificato. La tensione si è riacuita dal 24 aprile, quando i taleban hanno lanciato la loro consueta “offensiva di Primavera”: in 21 delle 34 province si registrano scontri tra l’esercito e i ribelli
4 - UCRAINANell’Est dell’Ucraina si continua a morire. E la presenza russa, nonostante gli accordi rinnovati a Misk, in Bielorussia nel febbraio scorso, resta significativa. Nei giorni scorsi le forze di Kiev hanno dichiarato la cattura di due «soldati russi», dopo giorni di braccio di ferro un’ammissione parziale è arrivata da Mosca. La tensione resta comunque alta. Due giorni fa – secondo fonti militari ucraine – altri tre soldati di Kiev sono stati uccisi a Lugansk dai filorussi portando a 83 il bilancio dei combattenti governativi uccisi dopo la nuova tregua di febbraio.
5 - LIBIALa fine del regime di Gheddafi doveva aprire al Paese la via della democrazia. Ha invece precipitato la Libia nel caos. Lo Stato è politicamente spaccato in due governi. A Tobruk, si è auto-esiliato l’esecutivo di Abdullah al-Thani – riconosciuto dalla comunità internazionale – mentre a Tripoli opera quello di Omar al-Hassi, esponente dei Fratelli musulmani. Sul terreno si contano 1.700 milizie, tra cui l’Is che, dopo la conquista di Derna, ha cominciato l’avanzata nella zona di Sirte.
6 - NIGERIADa oltre 13 anni, gli islamisti di Boko Haram insanguinano il Paese con attacchi continui. Fondata a Maiduguri, l’organizzazione è attiva nel Nord, dove si propone di instaurare la sharia. Per la prima volta dall’indipendenza, le presidenziali del 31 marzo hanno consentito una pacifica alternanza, con la vittoria del leader dell’opposizione, l’ex generale islamico Muhammadu Buharu. Un segnale positivo. La lotta al terrorismo di Boko Haram, però, è determinante perché il nuovo esecutivo possa guidare il Paese.
7 - SOMALIAÈ uno stato di guerra permanente quello che caratterizza la fragile Somalia, dalla fine della dittatura di Siad Barre nel 1991. Un governo è riuscito a installarsi solo nel 2012 e cerca di far fronte all’offensiva dei qaedisti di al-Shabaab. Il gruppo, nato dopo la cacciata delle Corti islamiche da Mogadiscio nel 2006, ha acquisito con il terrore il controllo di vaste aree. Negli ultimi mesi, la formazione ha intensificato gli attacchi nella capitale e nei Paesi vicini. A Garissa, in Kenya, il 2 aprile, Shabaab ha ucciso 148 studenti.
8 - YEMENSono 1.037 i civili, tra cui 234 bambini, morti in Yemen a partire dal 26 marzo nei bombardamenti della Coalizione araba e nei combattimenti a terra tra forze regolari da un lato e, dall’altro, ribelli sciiti Houthi che hanno scalzato l’ex presidente Ali Abdullah Saleh controllando buona parte del Paese. Lo ha reso noto Cecile Pouilly, portavoce dell’Alto commissariato dell’Onu per i diritti umani. Circa 2.500 civili sono stati feriti, mentre la capitale Sanaa e Aden, nel sud, sono le città che hanno subito i danni maggiori.
9 - SUD SUDANIl 9 luglio, il Paese ha celebrato i primi tre anni di indipendenza dal Sudan. Il Sud Sudan, il più giovane Stato del pianeta, ha ereditato dal passato una forte instabilità. L’ultima crisi è iniziata il 15 dicembre 2013, con la rivolta guidata dal deposto vice, Riek Machar, contro il governo del presidente Salva Kiir. In oltre un anno di conflitto sono morte 50mila persone. Gli schieramenti hanno firmato vari accordi di pace nel 2014 (23 gennaio, 6 e 9 maggio) ma non li hanno mai rispettati. I colloqui per una soluzione definitiva sono sospesi dal 5 marzo.
10 - MESSICO/CENTROAMERICALa narco-guerra messicana ha fatto oltre 150mila morti e 30mila scomparsi in 7 anni. Nel solo 2014 sono state uccise 15mila persone: la terza crisi più letale dopo Siria e Iraq. Eppure, per il governo, il Messico non è in guerra. La situazione è precipitata dal 2006, quando l’allora presidente Felipe Calderón ha schierato l’esercito contro la criminalità. I signori della droga hanno risposto intensificando la violenza contro lo Stato e fra loro. I massacri sono diventati l’arma abituale per sottomettere i civili, che rappresentano la maggior parte degli uccisi. Buona parte del Paese è sotto controllo dei trafficanti che hanno esteso i loro tentacoli anche in Centro America, trasformandola nella regione più violenta al mondo. 
11 - COLOMBIAIl conflitto più lungo dell’America Latina va avanti da oltre mezzo secolo. Iniziato come un’insurrezione contadina contro il latifondo, si è trasformato in uno scontro per il controllo delle immense risorse del Paese. In particolare droga e oro. Alla guerriglia marxista ben presto si sono aggiunti i paramilitari, finanziati dagli oligarchi. A farne le spese sono i civili: alle centinaia di migliaia di vittime si sommano 5 milioni di sfollati interni. Ora si spera che i negoziati tra governo e guerriglia, in corso all’Avana, mettano fine alle ostilità.
12 - COREEÈ la crisi, questa che contrappone le Coree tagliate in due dal 38esimo parallelo, che più fa paura nell’intera Asia. Primo perché se precipitasse in un vero e proprio conflitto, lo scontro verrebbe combattuto con armi nucleari. Secondo perché chiamerebbe in causa gli Usa da una parte – in soccorso del Sud – e la Cina – vero “tutor” politico della Corea del Nord – dall’altra. Dall’avvento al potere di Kim Jong-un, nel 2011, Pyongyang ha intensificato la propaganda bellica.