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Venezuela. La fratture nel governo di Maduro e l'occasione del dialogo

Lucia Capuzzi venerdì 9 giugno 2017

Ci sono due fattori chiave, strettamente collegati, da cui dipende il successo delle transizioni politiche: l’«implosione » e il «dialogo». A sostenerlo è Luis Vicente León, direttore dell’istituto Datanalisis di Caracas e una delle voci più lucide e, spesso scomode, nel panorama politologico latinoamericano. A partire da tale presupposto, è possibile ricostruire il puzzle venezuelano, in un momento in cui nessuna tessera sembra combaciare.

Le proteste, in corso ormai da oltre due mesi, vanno avanti, al tragico ritmo di una vittima al giorno. L’annuncio del presidente Nicolás Maduro di una Costituente, per riscrivere la Carta fondamentale in senso «chavista», lo scorso primo maggio, ha fatto innalzare ulteriormente la tensione. Eppure, il governo sembra determinato a tirare dritto. Tre giorni fa, il Consiglio elettorale nazionale ha annunciato il voto per i delegati dell’Assemblea il 30 luglio. L’opposizione è decisa a non “mollare la piazza” fino a quando l’esecutivo non avrà cambiato idea.

La situazione, però, è più fluida di quanto si immagini. Il governo non è monolitico come vorrebbe far credere. L’ultima “voce critica” a esprimersi è stata quella del ministro della Difesa, Vladimir Padrino López, che, mercoledì, ha ammesso un eccesso di repressione da parte della guardia nazionale. E ha esortato i propri uomini a non commettere «nessun altra atrocità». Il risultato pratico di tale invito lascia a desiderare: poche ore dopo, un ragazzino di 17 anni, Neomar Lander, è morto con un proiettile nel petto, esploso dalla polizia. La dichiarazione di Padrino López – lo stesso che nel dicembre 2015 aveva riconosciuto la vittoria dello schieramento antichavista al Parlamento, impedendo ogni tentativo “colpo di spugna” sui risultati – esprime un crescente malumore all’interno delle Forze armate di fronte all’incancrenirsi della crisi. Non è l’unico segnale. Da settimane, la Procuratrice generale, Luisa Ortega Díaz, fedelissima di Hugo Chávez, si è smarcata da Maduro. Arrivando perfino a presentare un ricorso contro la Costituente, ovviamente respinto. L’«implosione » di cui parla il politologo Luis Vicente León è tutt’altro che un’ipotesi remota. E, aggiunge l’esperto, «questa rappresenta la migliore opportunità per l’opposizione », riunita nella Mesa de unidad nacional (Mud). A patto che – e qui viene il secondo elemento citato all’inizio – questa si convinca della necessità del dialogo, per portare a termine il processo. Finora, all’interno della Mud, hanno prevalso le componenti che rifiutano il negoziato, considerato un «tradimento». Lo stesso è accaduto nella compagine governativa. Il che spiega lo stop alla mediazione dell’Unione degli Stati sudamericani (Unasur).

Un tavolo che aveva ricevuto un forte incoraggiamento dalla Santa Sede. Come sottolinea Luis Badilla su Il Sismografo: «Il fallimento totale di questo dialogo è una responsabilità che tutti si dividono in identica misura». Da gennaio – quando l’iter negoziale s’è interrotto –, le parti si sono ulteriormente arroccate sulle proprie posizioni. Eppure, tale fenomeno potrebbe dare nuovi margini di manovra alle componenti più duttili, presenti in entrambi gli schieramenti. In particolare, all’opposizione, date le evidenti spaccature interne al governo. La Mud – in base all’analisi di Luis Vicente León – si trova di fronte a un bivio. O chiudersi o provare ad insinuarsi nelle fratture del chavismo.

Affinché una simile strategia possa riuscire, sono necessarie due condizioni accessorie. Gli antichavisti devono trovare una voce unica e convincente. Frammentata in 15 partiti, la Mud pullula di leader. Troppi per riuscire a coinvolgere una vasta opinione pubblica: cioè i settori popolari, oltre alla classe media. Le proteste, infine, devono mantenere un carattere pacifico: la violenza riduce la partecipazione invece di aumentarla. Insomma, il negoziato, ora più che mai, rappresenta l’unica alternativa al caos.

Lo aveva già detto, sei mesi fa, nella lettera del 2 dicembre, il segretario di Stato, il cardinale Pietro Parolin. Allora, le frange radicali, dell’una e dell’altra parte, riuscirono ad imporsi per fermare le trattative. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: 70 morti nelle proteste e una crisi umanitaria che tiene in ostaggio 25 milioni di venezuelani.