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Reportage da Londra. Brexit, la classe operaia va fuori dall'Ue

Giorgio Ferrari, inviato a Londra martedì 21 giugno 2016
Il voto nel referendum sulla Brexit di dopodomani "è una decisione cruciale" per la Gran Bretagna. E per il Paese è meglio restare nell'Ue, "se usciamo sarà irreversibile". Così David Cameron in un appello tv alla nazione davanti al numero 10 di Downing Street. Il premier ha ribadito che il Regno sarà "più prospero economicamente" e "più sicuro" nell'Ue.«Guarda che se è per questo Jack the Ripper di vittime ne ha fatte due anche a Spitalfields, non solo da noi a Whitechapel – sghignazza Oliver –. Qui semmai a lasciarci le penne sarà David Cameron, ma non a causa di Jack lo Squartatore. Ci abitano i veri “brexiter”, i “leaver” e sono tutti come te: bianchi, incarogniti e di mezza età...». Invano protesto il fatto di non essere particolarmente astioso con il mondo: Oliver – che lavora in un’agenzia di viaggi – la sa lunga. Sbandiera grafici e inchieste dell’Economist, cifre ingarbugliate e contraddittorie, come quel 4 per cento di militanti dell’Ukip di Nigel Farage che voterebbero per il “remain” o quel quasi 60 per cento di ultrasessantenni che dall’Europa se ne vorrebbe andare al più presto. Ma Oliver è un ragazzo prezioso, perché mi sta aiutando a scovare i “blue collar” (colletti blu), o meglio quel che resta della gloriosa classe operaia britannica e che a Whitechapel, a dispetto della diffusa “gentrification” (il processo di riqualificazione di un quartiere che comporta l’acquisto di immobili a basso prezzo da parte dei ceti più abbienti e il conseguente allontanamento della working class che ci abitava) esiste ancora. Come Michael Sandhurst, ex meccanico British Leyland, oggi in pensione. «Voterò per il leave», non è un segreto, dice, del resto si vede anche dall’adesivo che ha appiccicato sul vetro della finestra (un Brexit con i colori della Union Jack e la scritta «Vote to leave the E.U.»). Perché vorrebbe che il Regno Unito uscisse dall’Europa, Mr Sandhurst? «Perché l’Europa ha impoverito gli inglesi. Non le banche, certo, non la City, ma i lavoratori sì. Io, di certo. E poi l’Europa ha davvero impedito che il Paese tornasse alla sua grandezza di un tempo...». In un angolo del salotto Sandhurst ha appeso un poster. C’è scritto «Make Britain great again», fai tornare grande la Gran Bretagna. Metà della popolazione di Whitechapel oggi è di origine asiatica.  La folla variopinta di irlandesi e di ebrei che riempiva le pagine del Circolo Pickwick o di Oliver Twist, è diventata una minoranza, e nemmeno quel Popolo degli abissi descritto all’alba del Novecento da Jack London esiste più. Esiste invece, e lo si taglia con il coltello, un risentimento sociale che taglia in due l’East End: da una parte i ricchi, gli “hipster” che stanno colonizzando i quartieri un tempo degradati, dall’altra i poveri, i dimenticati, che nella sirena di Farage, di Gove, dell’ex sindaco di Londra Boris Johnson hanno trovato la risposta a un disagio muto e senza meta. Come possiamo verificare a Brixton, a sud del Tamigi, quartiere che oltre ad aver dato i natali a David Bowie è stato un antesignano del fanatismo che ha armato la mano di Thomas Mair. «Attento che qua sono molto suscettibili», dice Oliver. Nell’aprile del 1999 un simpatizzante neonazista piazzò tre ordigni esplosivi. Voleva provocare una strage fra gli afroasiatici, ma si poi spostò con le sue bombe anche a Brick Lane, nel cuore della comunità bengalese. «Guardi che anche i musulmani non sono da meno – dice Anchilla Powell, sarta in pensione, sostenitrice dichiarata della Brexit –: sa quanti terroristi sono passati dalla moschea di Gresham Road qui vicino?». Uno almeno sì, quel Zakariya Musawi, condannato per concorso nell’attentato alle Twin Towers, ma non dimentichiamoci di Richard Reid, il jihadista bianco che tentò di far esplodere la sua scarpa sul volo Parigi-Miami dell’American Airlines. «Ed è stata tutta colpa dell’immigrazione, dell’Europa, delle frontiere che hanno accolto indiscriminatamente tutti», sbotta Edward, il marito di Anchilla. I “leave” hanno avuto gioco facile fra gli anziani e i bianchi di Brixton. Già, ma i giovani? Come votano i giovani inglesi? «Diciamo pure “come voterebbero”», spiega Oliver. Ha ragione. Se guardiamo la fascia di età che va dai 18 ai 24 anni il “remain” vincerebbe alla grande con il 60% dei consensi. Ma i giovani, lanciano l’allarme i grandi giornali, non vanno a votare. «I giovani – ha detto qualche giorno fa lo scrittore Ian McEwan – potrebbero essere l’ago della bilancia ma finiscono per diventare il grande rimosso generazionale. Sfortunatamente sono i vecchi che vanno a votare, mentre i giovani non lo fanno». Un bel paradosso. Ma la Storia spesso si ripete. Come accadde in Francia nel 2002, quando la classe operaia e perfino i partiti trotzkisti al primo turno votarono Jean-Marie Le Pen e affondarono il governo socialista di Lionel Jospin quasi per gli stessi motivi che assediano il cuore dei tanti sostenitori della Brexit: la paura del nuovo, del domani, del cambiamento. E il rancore cieco nei confronti dell’unico bersaglio che populisti e demagoghi gli hanno fornito, l’Unione Europea. Dopodomani sapremo se questo sordo livore ha avuto la meglio.