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Etiopia. La «città santa» di Lalibela nelle mani dei ribelli tigrini

Paolo Lambruschi sabato 7 agosto 2021

Una chiesa rupestre a Lalibela

La città santa ortodossa di Lalibela, sito Unesco nella regione etiope Amhara con le sue antiche chiese scavate nella roccia, è da giovedì scorso occupata dalle forze di difesa del Tigrai, controllate dal Tplf, partito del fronte popolare di liberazione tigrino.

Lo confermano diverse agenzie di informazione e testate internazionali, tra cui la Bbc.

Molto preoccupata la comunità internazionale per le conseguenze. Gli Usa per primi hanno esortato le milizie del Tigrai a proteggere il patrimonio culturale e i civili. Si temono infatti vendette. Tigrini e Amhara sono arcinemici e la guerra non ha risparmiato il patrimonio religioso del Tigrai con il bombardamento di antiche chiese rupestri e moschee. Gli stessi siti tigrini sono stati teatro di massacri di civili inermi, dei quali – come per l’eccidio nella città santa di Axum – sono stati accusati l’esercito federale etiope con i suoi alleati, le milizie regionali Amhara e le truppe eritree.

La guerra civile che infiamma l’Etiopia da nove mesi si sta dunque spostando dalla regione autonoma nordoccidentale. Questo aggrava la situazione umanitaria.

Ai quasi due milioni di sfollati interni nel Tigrai vanno infatti aggiunte, secondo Billene Seyoum, portavoce del premier Abiy, più di 300mila persone sfollate a causa dei recenti combattimenti nell’Amhara e Afar, dove le forze tigrine stanno conquistando territori. L’obiettivo è togliere il Tigrai dall’isolamento provocato dal novembre scorso da Addis Abeba, che lo ha inasprito dopo la ritirata da Macallè e dal territorio regionale delle truppe federali e dell’esercito alleato eritreo.

Lo ha confermato Getachew Reda, portavoce del Tplf, che ha respinto tutti gli appelli internazionali a ritirarsi dalle aree vicine finché il premier etiope Abiy Ahmed non toglierà il blocco agli aiuti. Samantha Power, ex ambasciatrice degli Stati Uniti all’Onu e responsabile dell’agenzia di sviluppo governativa Usaid, durante la sua recente visita in Etiopia ha dichiarato che solo il 10% degli aiuti umanitari portati dagli States è riuscito ad entrare nel Tigrai.

Nella regione, secondo diversi report dell’Onu, 400 milioni di persone rischiano di morire di fame per la carestia.

Nonostante la situazione drammatica, lunedì scorso il governo dell’Etiopia ha sospeso per tre mesi il lavoro di Medici senza frontiere e del Consiglio norvegese per i rifugiati accusandoli di diffondere disinformazione. Entrambe le Ong hanno affermato di essere in trattative con il governo per riprendere il loro lavoro.

«L’accesso all’assistenza sanitaria in queste regioni è già limitato, e l’impatto di un’ulteriore riduzione dei servizi a causa di una sospensione forzata avrà conseguenze disastrose per le persone che stiamo assistendo, compresi i cittadini etiopi e le comunità di rifugiati ospitate dall’Etiopia», ha affermato Msf, che a giugno aveva già sospeso il lavoro in alcune parti del Tigrai dopo l’assassinio di tre suoi operatori.