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Intervista. L'arcivescovo di Mosca: l’obiezione di coscienza alla guerra è un diritto

Riccardo Maccioni giovedì 20 ottobre 2022

Monsignor Paolo Pezzi

La guerra «non è mai stata né mai sarà un mezzo di risoluzione dei problemi tra le nazioni». Il magistero della Chiesa non ammette fraintendimenti, ma certo quelle espressioni tanto chiare assumono un significato particolare quando risuonano dal cuore del conflitto.

I vescovi cattolici russi le hanno riprese all’inizio del loro documento comune, pubblicato all’indomani della “mobilitazione parziale” lanciata da Putin, formula dietro la quale si nasconde la chiamata alle armi di 300mila riservisti. Non a caso in un passaggio chiave del loro appello, i vescovi richiamano il diritto all’obiezione di coscienza, «il luogo più segreto e sacro dell’uomo, nel quale» come recita il Catechismo, egli è solo con Dio e al cui giusto giudizio è sempre tenuto a obbedire.

Del resto la possibilità di rifiutare le armi è sancita dalla stessa Costituzione russa, mentre per il clero cattolico «è categoricamente impossibile – aggiunge l’appello – partecipare alle ostilità, sia secondo le antiche regole della Chiesa che secondo le convenzioni internazionali in vigore». Come pastori – spiega l’arcivescovo Paolo Pezzi, metropolita delle Madre di Dio a Mosca, che firma il documento a nome della Conferenza episcopale russa – «l’annunciata mobilitazione parziale ci ha richiesto di non restare in silenzio, perché tra i fedeli, nel clero, dai religiosi, è forte la richiesta su come comportarsi, come muoversi».

Monsignor Pezzi, tornate a un documento comune dopo sei mesi, rispetto ad allora il clima come si è modificato?

Direi che è cambiato soprattutto nel senso di una crescente preoccupazione e di una forte diminuzione della fiducia e della speranza che questo conflitto possa finire in tempi brevi.

In questo senso i ripetuti appelli del Papa, soprattutto l’Angelus del 2 ottobre, che ruolo possono giocare?

L’aver dedicato l’intero Angelus con le cose che ha detto, da considerare tutte insieme e nel contesto degli interventi precedenti, mostra l’indubbia grande preoccupazione internazionale. È come se il Papa se ne fosse fatto portavoce.

La comunità cattolica come sta reagendo alla crisi?

In primo luogo con la preghiera e il digiuno, che non sono l’ultima spiaggia del disperato ma la forza dell’uomo che sa che Dio può toccare il cuore. Noi, assieme al Papa, chiediamo che gli uomini , soprattutto coloro che hanno più potere e quindi maggiore responsabilità, si lascino toccare nel profondo. Al tempo stesso però conosciamo la resistenza dell’uomo.

C’è i rischio dello scoramento?

Dire che tutti gli appelli, le preghiere, gli interventi del Pontefice, vengono accolti come un segno di speranza. È come se le parole del Papa, quando tendi a scoraggiarti, fossero la mano di Dio che ti afferra e solleva invitandoti ad andare avanti. Pur nel dolore e nel senso di impotenza, ma andare aventi.

Tornando al documento voi vescovi sottolineate che l’ultima mobilitazione pone «molti credenti di fronte a una scelta morale molto seria».

Abbiamo voluto innanzitutto fare appello al cuore perché gli interventi del Papa non sono solo per i potenti di questo mondo ma vengono indirizzati a ogni uomo. Noi sappiamo bene che quello che può cambiare il cuore è lo stesso che può cambiare i destini dei popoli. Per questo abbiamo richiamato il necessario appello alla coscienza, che è il luogo dove l’uomo giudica, prende le decisioni, in cui, come dice Gesù, può esserci tutto il male umano, male che va innanzitutto stanato, ripulito, messo allo scoperto.

Lei personalmente quale sentimento avverte con più forza?

Provo pace e serenità, perché sono certo che tutto va verso il proprio destino, che non è nel senso della fine o della distruzione, proprio no. Certo c’è anche un profondo dolore, in alcuni momenti quasi fisico ma chi la conosce sa che la sofferenza psichica ancor più spirituale ha una profondità ben maggiore. Penso che in questa situazione il miracolo che compie Cristo, che compie lo Spirito Santo sia proprio quello di donare questa serenità senza toglierci il dolore, anzi in un certo senso facendolo vivere in un modo più profondo.

Un credente in queste ora cosa può fare?

Noi qui a Mosca abbiamo pensato innanzitutto a un momento di adorazione perché davanti al Santissimo siamo un po’ tutti nudi, cioè veniamo allo scoperto. E poi per dare l’esempio di mettere il nostro cuore di fronte alla presenza di Cristo, di dare la disponibilità perché, come egli vuole, possa venire un contributo per ricominciare a dialogare a volersi bene. Diciamo la parola giusta: occorre tornare a volersi bene, o cominciare a volersi bene.

Vale anche per il patriarca ortodosso di Mosca i cui interventi sembrano minare ogni volta di più il dialogo?

Vale il discorso che ho appena fatto. Abbiamo ritenuto opportuno non tanto rispondere o valutare gli interventi del patriarca Kirill quanto conservare un rapporto. Tenere una porta sempre aperta.