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Algeciras. Spagna sotto choc dopo l’attacco alle chiese

Paola Del Vecchio, Madrid venerdì 27 gennaio 2023

Fiori sul luogo dell'attacco mortale nella chiesa

Il tempio di Nuestra Señora de La Palma è stato riaperto ieri pomeriggio per la camera ardente del sagrestano vittima della furia omicida. Mentre fuori, per tutto il giorno si sono accumulati ceri e fiori sul sangue lavato nella Plaza Alta, punto di incontro del dolore cittadino nei 5 minuti di raccoglimento in ricordo della vittima, scanditi a mezzogiorno.

Il giorno dopo l’attacco del presunto jihadista in due parrocchie, che ha provocato la morte di Diego Valencia – da 8 anni sagrista nella chiesa madre – e il ferimento del sacerdote Antonio Rodríguez nella vicina parrocchia di San Isidro, Algeciras è sotto choc. Nella città di frontiera dell’estremo sud andaluso, dove i ferry fanno la spola nello Stretto col vicino Marocco, convivono 115mila persone di 129 nazionalità. Molte sono famiglie di origini maghrebine.

«È terribile, viviamo e lavoriamo qui in pace da sempre, non abbiamo mai visto niente del genere», si dispera Aziz Hamzi. Yasine Kanjaa, il marocchino di 26 anni autore dei due raid, vi era arrivato da sette mesi. Incensurato, era stato fermato a giugno a Cadice senza documenti, e aveva ricevuto un ordine di espulsione, ancora in attesa di esecuzione. A differenza di quello impostogli il 2 agosto 2019 da Gibilterra, dove era arrivato in modo irregolare su moto acquatiche con altre persone: fu deportato in Marocco nel giro di sei giorni. Ad Algeciras viveva in calle Ruiz Tagle, a due passi dalle chiese, in una casa in rovina occupata con due maghrebini. Interrogati dalla polizia, avrebbero assicurato che negli ultimi due mesi Yasine era cambiato. «Era diventato paranoico e ossessivo parlava solo di Dio e del diavolo», hanno ripetuto ai media. Nella sua stanza gli inquirenti hanno ritrovato il fodero del machete e un pen-drive con materiale jihadista.

L’Audiencia nacional, che coordina l’indagine, segnala la matrice del salafismo hijadista. L’ipotesi che fosse un “lupo solitario” prenderebbe corpo, dopo che il ministro degli Interni, Fernando Grande-Marlaska, ha escluso «altre persone coinvolte nei fatti». Ma ha invitato alla prudenza in attesa dei risultati dell’inchiesta, che dovrà chiarire «la natura terroristica o qualsiasi altra natura» degli attacchi.

Mercoledì sera Yasine Kanjaa, con indosso una chilaba nera, la tunica tradizionale marocchina col cappuccio, per oltre un’ora ha seminato il panico nella comunità cattolica. Prima dell’inizio della Messa delle 19, ha fatto irruzione nella parrocchia di San Isidro, dove ha insultato i fedeli, accusandoli di professare il credo sbagliato. Ha brandito il Vangelo, ma è stato fermato dai presenti, che sono riusciti a farlo allontanare. È però tornato venti minuti dopo impugnando un machete e si è scagliato contro il sacerdote Antonio Rodríguez, assestandogli una profonda ferita alla nuca. Si è poi diretto alla vicina chiesa di Nuestra Señora de la Palma, dove al grido di «Allah è grande» ha ferito tre persone prima di puntare la lama contro il sagrestano di 74 anni, intervenuto per fermarlo.

Colpito all’addome, Diego Valencia è riuscito ancora a uscire sulla piazza, braccato dall’omicida, che lo ha finito in una sequenza da incubo ripresa dai cellulari di alcuni abitanti della zona. Condanna unanime dell’attentato, ma anche polemiche fra le forze politiche. Il Partito popolare (Pp) ha chiesto al governo di realizzare il «patto anti-jihadista». Mentre Podemos ha bollato come «miserabili» le dichiarazioni del partito di estrema destra Vox contro «l’islamismo che è già nella nostra terra». Il segretario della Conferenza episcopale spagnola, César García Magán, ha fatto appello a «non cadere nella demagogia né identificare il terrorismo con alcuna fede». E si è rimesso al comunicato di ferma condanna diffuso della Federazione delle comunità islamiche.