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Israele. Il rabbino: fermiamo le violenze dei coloni in Cisgiordania

Francesca Ghirardelli giovedì 2 novembre 2023

Giovani volontari preparano pacchi di frutta e verdura per gli sfollati dei kibbutz ma anche per i pastori palestinesi in Cisgiordania e beduni nel Negev

Si sente tutto il tormento di chi fa parte di un’organizzazione che lavora da trent’anni per i diritti umani in Palestina, nel dialogo telefonico con il rabbino Jeremy Milgrom. Pacifista, attivista tra i fondatori dell’iniziativa interreligiosa Clergy for Peace, è componente del direttivo di Rabbis for Human Rights (Rhr), associazione israeliana fondata nel 1988 in risposta «alle violazioni dei diritti umani nei territori occupati». Oggi vi appartengono un centinaio di rabbini, anche di kibbutz che sono stati assediati il 7 ottobre. Pur ferita direttamente, la sua organizzazione si sforza di restare fedele ai propri principi, provando a reagire, a denunciare.

«Alziamo la nostra voce forte e chiara contro il male e i danni subiti da civili innocenti, sia in Israele che a Gaza», si legge in una lettera aperta che, con altri gruppi della società civile, l'Rhr ha pubblicato su Haaretz. «Cerchiamo di raggiungere il grande pubblico, di dire che la situazione umanitaria peggiora. Stiamo tentando di capire come agire, ancora, da coscienza morale nell’opinione pubblica israeliana», ci tiene a spiegare al telefono il rabbino. «Come si può fermare la macchina della guerra, questo desiderio di proteggerci, colpendo però Gaza e investendo soprattutto i civili? E tra l’altro mettendo in pericolo i nostri ostaggi, che sono là. Causare sofferenza e distruzione creerà ancora più odio da parte palestinese».

Racconta anche della rabbia, intensa, che pervade la società israeliana dal 7 ottobre. E cita il Talmud: «Non cercare di parlare con chi è in preda all’ira. E non consolare chi è in lutto per un morto ancora insepolto. Perché non ci si può aspettare un dialogo con chi è sotto choc. Ma è in questi stati alterati, di rabbia e trauma, che noi stiamo permettendo l’uso della forza per punire, per ottenere la nostra vendetta».

Non pensa solo a Gaza, l’organizzazione del rabbino Milgrom. L'Rhr sta infatti cercando di monitorare e denunciare quanto, in questi giorni, accade in Cisgiordania, ai danni delle comunità di agricoltori e allevatori palestinesi. Lunedì scorso, insieme a un’altra trentina di Ong israeliane, sempre dalle pagine di Haaretz, ha fatto appello alla comunità internazionale perché agisca per porre fine alla violenza esercitata dai coloni nei confronti dei palestinesi della Cisgiordania. Una violenza che sta spingendo intere comunità «sull’orlo dello sfollamento forzato. Nelle ultime tre settimane, cioè dalle atrocità commesse da Hamas il 7 ottobre, i coloni hanno sfruttato la mancanza di attenzione pubblica nei confronti della Cisgiordania per intensificare la loro campagna di attacchi violenti nel tentativo di trasferire con la forza le comunità palestinesi. Durante questo periodo, non meno di tredici comunità di pastori sono state sfollate».

Nell’appello si cita anche quanto accaduto il 28 ottobre all’agricoltore Bilal Muhammed Saleh del villaggio di As-Sawiya, a sud di Nablus, assassinato mentre si prendeva cura dei suoi ulivi. «È stato il settimo palestinese a venire ucciso dai coloni dall'inizio dell'attuale guerra. Sfortunatamente – prosegue l’appello - il governo israeliano sostiene questi attacchi e non fa nulla per fermarli. Al contrario, in molti casi i militari sono presenti o addirittura partecipano alle violenze».

L’Rhr cerca di resistere alla pressione del trauma delle ultime settimane proseguendo con le proprie attività, come la distribuzione di aiuti umanitari. In pochi giorni ha raccolto quarantamila dollari da destinare a pacchi alimentari che vengono distribuiti a sopravvissuti e sfollati israeliani, ma anche alle comunità di pastori palestinesi in Cisgiordania e a quelle beduine nel Negev. Un gruppo di volontari, come accade con l’arrivo di ogni autunno, è al fianco dei contadini palestinesi per la raccolta delle olive, «sforzo che esemplifica lo spirito di unità e solidarietà», conclude il rabbino. «Essere con loro negli uliveti è il nostro modo di affermare che del destino che li aspetta ci importa ancora».