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TRANSIZIONE. Obama: «Iraq, ce ne andiamo Ma non è vittoria»

Elena Molinari martedì 31 agosto 2010
Un discorso per segnare la «fine» di una guerra che non aveva voluto. E che non è finita. In un breve intervento (poco più di una quindicina di minuti) dallo Studio Ovale, Barack Obama ieri ha sottolineato che, come aveva promesso, la «fase del combattimento» della campagna irachena è finita: 100mila e più soldati sono tornati a casa, e da missione militare la campagna irachena si sta trasformando in «campagna civile». Ma nel dichiarare “missione compiuta” Obama ha dovuto mantenersi in precario equilibrio su una sottile linea retorica, per evitare che il suo discorso si trasformi nella débacle del discorso «mission accomplished» di George W. Bush nel 2003. In Iraq restano infatti 50mila militari Usa, che nel loro ruolo di supporto alle forze irachene si troveranno inevitabilmente in situazioni di combattimento e che, per forza di cose, subiranno ancora perdite.«Le operazioni di antiterrorismo verranno condotte insieme agli iracheni», ha ammesso Obama, aggiungendo che non è ancora il momento di dichiarare vittoria, perché «c’è ancora molto lavoro da fare per assicurarsi che l’Iraq diventi un partner stabile ed efficace». Ma ha ugualmente sottolineato che «grazie agli enormi sforzi dei nostri militari e dei nostri alleati e ai sacrifici degli iracheni, oggi gli iracheni hanno l’opportunità di costruire un futuro migliore, e l’America è più sicura».Non è stato facile per Obama elencare i successi di una guerra alla quale si era opposto e che dopo l’invasione, aveva definito «stupida», e riconoscere i meriti dell’aumento di uomini voluto dal suo predecessore che ha portato alla riduzione della violenza in Iraq. Obama ha citato Bush per nome e lo ha chiamato brevemente nel pomeriggio, prima del discorso (il suo secondo dallo Studio Ovale, il primo lo dedicò alla fuga di petrolio dal pozzo della Bp nel Golfo del Messico), quindi ha evitato di ricordare la sua opposizione all’intervento in Iraq, limitandosi a dire che l’invasione era stata «oggetto di dibattito e di disaccordo», ma che «oggi possiamo essere tutti d’accordo nel nostro apprezzamento per il servizio delle nostre truppe e nella nostra speranza di un futuro migliore per l’Iraq».Obama ha poi ribadito il periglioso, contestato concetto che l’Iraq oggi è in grado di «stare in piedi da solo», facendo notare che già da mesi i soldati americani hanno lasciato agli iracheni le città del Paese e che le forze locali hanno fornito la sicurezza alle elezioni della scorsa primavera. «Sono fiducioso che le forze irachene abbiano la capacità di assumere il controllo del proprio Paese», ha detto. Ma il presidente ha anche sottolineato che i politici iracheni devono procedere «con urgenza» verso la formazione di un governo. Il capo della Casa Bianca non ha però imposto loro alcuna scadenza, né ha parlato della possibilità, concreta, che Baghdad chieda a Washington di rimanere anche dopo la scadenza concordata del 31 dicembre 2011.Obama ha cercato di porre la questione irachena nel contesto della guerra ad al-Qaeda. Come aveva anticipato il suo portavoce, «il presidente non aveva appoggiato la guerra in Iraq perché la considerava una distrazione dalla lotta ad al-Qaeda». E ieri notte Obama ha ricordato che il ritiro parziale dall’Iraq gli permette di «concentrare le forze nella lotta ad al-Qaeda in tutto il mondo, compreso l’Afghanistan, dove ci aspetta una dura battaglia».