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Iran-Usa. «Così verrà ricompattato il fronte sciita». Ma non sarà guerra aperta

Francesco Palmas sabato 4 gennaio 2020

Un manifestante a Teheran indossa una maglietta con la foto di Soleimani, il generale iraniano ucciso dagli Usa venerdì a Baghdad (Ansa)

È la classica scintilla che può dar fuoco alle polveri. L’uccisione di Qassem Soleimani è l’ultimo atto di mesi di escalation fra gli Stati Uniti e l’Iran, fra abbattimenti di droni, sequestri di petroliere e attacchi di basi. Venuto meno il modus vivendi fra Washington e Teheran per la lotta al Daesh in Iraq, Donald Trump ha compiuto – secondo molti osservatori – forse il passo più lungo della gamba. Eliminando uno degli uomini più potenti dell’Iran, – si osserva – ha «ricompattato in un colpo solo il fronte sciita», dal Libano, all’Iraq, alla Siria, passando per lo Yemen.

Contrariamente ai propositi elettorali, il presidente americano dovrà rafforzare le truppe in Medio Oriente, dove già stazionano fra i 40mila e i 60mila soldati a stelle e strisce. É una spirale di mosse e contromosse. Washington ha ventilato l’ipotesi di schierare nel Golfo 120mila uomini. Il Comando centrale sta conducendo una campagna di deterrenza ai confini iraniani, sorvolandoli con bombardieri B-52 e jet F-15 ed F-35. È un clima rovente, dove c’è chi soffia sul fuoco, come il segretario di Stato Mike Pompeo, sostenitore di una politica di contenimento dell’Iran, manu militari. In questo scenario caldissimo è arrivata l’uccisione di Soleimani, che non rimarrà impunita.

Il raid americano potrebbe innescare la reazione iraniana contro obiettivi di alto valore statunitensi, sauditi o israeliani, portando a una guerra che si concretizzerebbe in una rappresaglia missilistica mobile e in un lungo periodo di attentati e attacchi non convenzionali da parte di Hezbollah, dei gruppi palestinesi e di altre sigle mediorientali. Forse Teheran opterà per una strategia indiretta e prudente, riannodando le trame del terrorismo internazionale e degli attacchi indiretti in mare, a Hormuz. Considera ormai le forze americane di stanza in Medio Oriente, nel Corno d’Africa e in Asia centrale alla stregua di «terroristi», privi della protezione delle Convenzioni di Ginevra.

Una rappresaglia all’iscrizione dei pasdaran nella lista nera delle organizzazioni terroristiche. Difficilmente Teheran accetterà la sfida di Trump in campo aperto. Il costo da pagare sarebbe troppo alto, sul piano materiale e umano. Ecco parlare di guerra tout court può essere fuorviante. Teheran ha un ventaglio amplissimo di possibili contromisure, soprattutto ’laterali’ più che ’frontali’. Estromettere gli Stati Uniti dall’Iraq sarebbe già un bel successo, Trump compatibile. Il raid americano dell’altra notte gliene offre l’opportunità. Porterà presumibilmente l’Iran a massimizzare le carte della strategia asimmetrica, maturata durante il conflitto con l’Iraq del 1980-1988, e plasmata sui canoni della «guerra senza limiti» di concezione cinese.

Teheran è ancora forte in Medio Oriente. Resta in una posizione dinamica dal punto di vista dell’equilibrio delle forze. È una potenza missilistica, semi-nucleare e chimica. Può contare su un potente arsenale di guerra irregolare, imperniato sui potentissimi servizi segreti della Vevak e dei pasdaran, con il servizio “action” della forza al-Qods e i diversi intermediari sciiti filo-iraniani, dalla brigata Badr, agli Houthi yemeniti, all’Hezbollah libanese e, a seconda delle convergenze opportunistiche, dei sunniti di Hamas e della Jihad islamica, senza dimenticare la costola di al-Qaeda in Afghanistan. Gli americani sono avvisati. Una risposta arriverà. È, purtroppo, solo questione di tempo e di luogo.