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L'INTERVISTA. Il vescovo Magro: «Noi continuiamo a pregare Ma la riconciliazione sarà lenta e difficile»

Giorgio Ferrari martedì 5 aprile 2011
«I cristiani della mia diocesi erano quindicimila, poi via via si sono ridotti a meno di un terzo. Ma da quando è scoppiata l’insurrezione non so se arriviamo a trecento...». Silvestro Magro, vescovo di una diocesi che va da Sirte a Brega, a Ras Lanuf e a Tobruk, è moderatamente speranzoso. «Quando è cominciata l’insurrezione ci avevano proposto di fuggire. Ma io e miei coadiutori – siamo in sei, cinque francescani e un salesiano –, abbiamo detto no, abbiamo risposto che volevamo restare qui al nostro posto, perché il nostro primo scopo è stare vicino ai malati e ai sofferenti».La curia e la chiesa di Santa Maria Immacolata sono nel centro di Bengasi, proprio nella città vecchia, ma è difficile accorgersene: nessun segno, nessun simbolo denuncia la presenza cristiana. «Questa chiesa – dice monsignor Magro – è stata costruita nel 1872 sotto il califfato ottomano, a condizione che sulla strada non fosse visibile alcun simbolo. E così hanno preteso anche i libici. Del resto la cattedrale è stata spogliata tanti anni fa e ridotta a un magazzino».Come vi siete comportati nei giorni della guerra civile? Siamo rimasti nelle nostre case. Quando è stato possibile uscire molti fedeli sono venuti da queste parti e sono rimasti sorpresi: si aspettavano che avessimo abbandonato la chiesa e fossimo fuggiti.C’è un ospedale a Bengasi dove voi assistete gli infermi. Sì, se ne occupano cinque suore di varie congregazioni. Anche loro sono rimaste.La domenica avete ricominciato a dire Messa?Sì, ma non qui. Ci sono stati dei danni in seguito alla rivolta e al ritorno delle truppe di Gheddafi. Allora la Messa la celebriamo nella cappella dell’ospedale.Cosa dice ai suoi fedeli, monsignore? Di pregare. Per la pace e perché finisca questa stagione di violenze. Lo facciamo quasi ogni giorno, invitando le famiglie alla preghiera e al rosario.In che condizioni sono? Molti ci chiedono aiuto.Di che tipo? Prevalentemente cibo e generi di prima necessità, qualche volta anche denaro, ma è molto raro.Ci sono state vittime fra i cristiani? Per fortuna no.Avete avuto contatti con il Consiglio Nazionale di Transizione? Al momento non ancora. Ma noi siamo una piccola realtà rispetto al milione e mezzo di abitanti di Bengasi.Avete subito atti ostili?Qualche inevitabile fastidio, qualche vetro rotto nella chiesa. Ma niente di importante.Che cosa si attende dal futuro, monsignore? La ricostruzione e la riconciliazione. Ma sarà un processo lento e difficile.Ora i libici forse assaporeranno la libertà...Purché sappiano cosa farne...