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L'intervista. «La disparità di condizioni rende difficile qualsiasi negoziato»

Alessandro Zaccuri mercoledì 19 maggio 2021

Gli autobus non passano, i negozi restano chiusi, i vicini di casa non si fanno vedere: non sarà che gli arabi palestinesi sono entrati in sciopero? A domandarselo, con largo anticipo rispetto alla cronaca di queste ore, sono i personaggi che Ibtisam Azem convoca nel suo romanzo Il libro della scomparsa, appena pubblicato in Italia da Hopefulmonster nella traduzione di Barbara Teresi. Solo che nell’invenzione narrativa non di sciopero si tratta, ma appunto di scomparsa. Da un giorno all’altro gli arabi israeliani non ci sono più, si sono volatilizzati senza lasciare traccia. Gli altri, quelli che sono rimasti, reagiscono nei modi più diversi, rallegrandosi oppure accusando il governo, coltivando sensi di colpa o dando sfogo al risentimento. «Dal mio punto di vista tutti, compresi i più progressisti, non riescono a cogliere l’essenza del problema», spiega da New York l’autrice, nata a Taybeh, non lontano da Giaffa e formatasi tra Gerusalemme e Friburgo. Araba israeliana anche lei o, meglio, «palestinese con cittadinanza israeliana», secondo la dizione che suggerisce di usare.
Perché questa formula?
Perché è l’unica che permette di rispettare la realtà storica. Parlare genericamente di «arabi» significa trascurare il fatto che, prima della nascita dello Stato di Israele, la Palestina aveva una sua identità, che è stata sistematicamente negata nel corso del tempo. Proprio questo è il nodo che perfino i più volenterosi sembrano non vedere. Per i palestinesi, il 1948 fu l’anno della Nakba, della catastrofe. Non meno di settecentomila persone furono scacciate dalle loro case. Molte scelsero la via dell’esilio in Libano, Giordania o Siria, altre preferirono restare anche a costo di subire la deportazione all’interno di quello che, fino ad allora, era stato il loro Paese. È una situazione che dura ancora oggi, come confermano le numerose leggi israeliane che tengono in soggezione i cittadini di origine palestinese: un recente rapporto di Human rights watch denuncia un regime di apartheid analogo a quello sudafricano.
Quella dei due Stati potrebbe essere una soluzione?
Temo che non sia più realizzabile e, personalmente, non l’ho mai considerata accettabile. Dal punto di vista pratico, se ne parla da troppi anni. Nel frattempo gli insediamenti dei coloni ebrei si sono moltiplicati, tornare indietro è pressoché impossibile. Al di là di questo, la mia convinzione è che la suddivisione in due Stati sia un tentativo di aggirare il vero ostacolo, che è costituito dalla mancanza di democrazia. Esiste una disparità di condizioni che rende difficile qualsiasi prospettiva di negoziato.
A che cosa si riferisce?
Al fatto che Israele detiene un potere che non è in alcun modo paragonabile a quello dell’Autorità Palestinese, come dimostrano per esempio le limitazioni imposte alla mobilità da un territorio all’altro. Ma non si tratta soltanto di questo. Il dramma dei palestinesi non si esaurisce tra le macerie di Gaza, riguarda quel 20 per cento di cittadini israeliani ai quali non viene riconosciuto il diritto a vivere liberamente nella propria patria.
La comunità internazionale dovrebbe intervenire con più forza?
In primo luogo, dovrebbe affrontare la questione con schiettezza: in atto non c’è una guerra tra due entità statali equivalenti, ma un processo di occupazione e colonizzazione. Solo partendo da questo presupposto si potrebbe arrivare a un effettivo equilibrio democratico. Altrimenti ci si riduce ad amministrare lo status quo, magari destinando ai palestinesi fondi per la costruzione di ospedali ed edifici scolastici che, prima o poi, verranno distrutti da un bombardamento. Dopo di che ecco altri fondi, altri cantieri, altre bombe.