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L'intervista. «In Venezuela non è uno scontro a due. Le ragioni affondano nel petrolio»

Lucia Capuzzi giovedì 4 aprile 2019

Il superiore generale dei gesuiti, Arturo Sosa

Non è una battaglia fra “due presidenti”. Non è nemmeno una partita tra chavismo e opposizione. La crisi è molto più profonda. Le radici affondano nell’esaurimento del modello populista “nutrito” dalla rendita petrolifera, su cui si è basato il processo di modernizzazione del Venezuela negli ultimi cento anni. A portarlo avanti sono stati governi militari, governi civili – caratterizzati da un’originale alleanza tra partiti popolari ed élite – e, infine, governi chavisti». Padre Arturo Sosa, superiore generale dei gesuiti dal 2016, si orienta con destrezza nell’ultimo, burrascoso secolo di storia venezuelana. Periodo su cui il sacerdote, nato a Caracas 71 anni fa, ha concentrato i suoi studi di politologo di prestigio non solo nazionale. Per quasi due decenni, padre Sosa ha abbinato l’intensa attività accademica al lavoro nella nota rivista Sic, edita dal Centro Gumilla e specializzata nell’analisi politica e sociale. Da Roma, dove risiede dal 2014, il “padre generale”, come viene chiamato, non ha distolto lo sguardo dalla sua terra tormentata.

È davvero possibile per il Venezuela uscire dalla “trappola” della rendita petrolifera?

La domanda cruciale è quanto la società sia consapevole che questo è il nocciolo del problema. Nonché quanto sia disposta a impegnarsi nella costruzione di un nuovo modello, guidato da un governo democratico e capace di realizzare progetti di lungo respiro, orientati al bene comune e non alla soddisfazione di interessi particolari.

Juan Guaidó è un leader in grado di contribuire a questo nuovo modello o, come dice il governo, è solo il “fantoccio degli Usa”?

Juan Guaidó rappresenta una generazione politica nata dalla crisi di legittimità del sistema venezuelano negli ultimi 25 o 30 anni. Questa generazione, con coraggio e impegno, ha acquisito esperienza, rischiato vita e libertà, costruito organizzazioni, maturato progetti, trovato forme per camminare insieme. E ora è disposta a guidare il processo di trasformazione politica.

Come condurre questa trasformazione? La mobilitazione sembra in fase di reflusso…

Mantenere la mobilitazione cittadina in vista di un cambio al vertice si sta dimostrando un compito arduo e complesso. Difficile, però, non significa impossibile. Ci sono importanti segni di speranza che vanno al di là dell’enormità della crisi, della rabbia popolare e dell’impossibilità del chavismo di trovare risposte adeguate. Mi riferisco all’esistenza di un programma alternativo di organizzazione economica e sociale ampiamente condiviso, di una direzione politica articolata e plurale, e al rifiuto di soluzioni violente.

Il governo accusa l’opposizione di voler far tornare il Paese al passato. Che cosa ne pensa?

Un ritorno al passato non è semplicemente possibile. E nessuno lo vuole. L’immaginario politico venezuelano è permeato dalle idee di prosperità collettiva, uguaglianza sociale e governabilità democratica. Ma anche dalla convinzione che un “messia salvatore”, con la bacchetta magica, consentirà di metterle in pratica con il minimo sforzo. Abbiamo un’idea di cittadinanza ambigua: purtroppo le persone si considerano beneficiari più che soggetti della vita pubblica.

È ancora possibile un dialogo tra il governo e l’opposizione?

Il dialogo di cui il Venezuela ha necessità deve condurre, attraverso un delicato negoziato politico, a un governo di transizione, dotato del più ampio sostegno sociale possibile, di un riconoscimento evidente e di un’efficiente cooperazione internazionale. Il chavismo non è in grado di risolvere la drammatica crisi che provoca tante sofferenze alla maggioranza dei venezuelani. Mancano cibo e medicine, i servizi pubblici e le imprese, statali e private, sono in stato comatoso, milioni di persone emigrano, l’iperinflazione divora il salario. Tutto questo è il prodotto dell’azione del cosiddetto socialismo del Ventunesimo secolo.

Quali dovrebbero essere le priorità di un governo di transizione?

Occuparsi del dramma umanitario vissuto dalla popolazione, con l’imprescindibile aiuto della comunità internazionale. La sfida per un governo di transizione sarebbe duplice. Da una parte, dovrebbe prendere decisioni rapide per rispondere all’emergenza, dall’altra dovrebbe avviare processi di medio e lungo termine per ricostituire un apparato produttivo efficiente e non appiattito sulla rendita petrolifera e mineraria. Senza il recupero delle infrastrutture, dei servizi pubblici, della certezza del diritto non sarà possibile uscire dal tunnel. Sul terreno più strettamente politico, tale esecutivo dovrebbe andare al più presto alle elezioni dopo avere attuato le riforme per poterle celebrare in piena trasparenza. Solo un governo con una solida legittimità potrà traghettare la nazione fuori dal baratro.