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LA RICERCA. L'indice della pace: conflitti sociali le nuove guerre

Raul Caruso sabato 22 giugno 2013
La pace si può misurare. È un messaggio forte quello che verrà lanciato nei prossimi giorni all’Università Cattolica di Milano, dove per la prima volta in Italia, il 26 giugno, sarà presentato il Global Peace Index prodotto dell’Institute for Economics and Peace (Iep) di Sydney. L’indice si basa su un’idea semplice, ma decisiva: la pace è un fenomeno multidimensionale. Non è cioè definibile come la mera assenza di guerre e di conflitti tra Stati, ma è pervasiva nella vita delle società influenzando la vita economica di un territorio.L’indice riassume ventidue misure di violenza e altre attività distruttive ulteriormente classificabili secondo tre aree: militarizzazione, sicurezza interna e esistenza o partecipazione di conflitti esterni. I paesi più pacifici al mondo rimangono Islanda, Danimarca e Nuova Zelanda. Se si guarda ai grandi d’Europa, la Germania occupa il 15esimo posto, l’Italia il 34esimo, piazzandosi così prima di Gran Bretagna e Francia, rispettivamente 44esima e al 53esima a livello mondiale. Tra i big dell’Ue l’Italia purtroppo registra la performance peggiore in termini di pace interna, vale a dire di sicurezza della società. Ad esempio il crimine violento e l’accesso alle armi da fuoco sono significativamente più elevati rispetto a Francia, Germania e Gran Bretagna. Il peggioramento in termini di sicurezza interna si è accompagnato inoltre al deterioramento della situazione economica (le vicende in Grecia o Brasile lo testimoniano). In questo l’Italia riflette un trend globale: il mondo è divenuto meno pacifico rispetto al 2012, e questo non lo si deve solo alla recrudescenza delle guerre in Afghanistan e in Siria, ma anche e soprattutto per il deterioramento della pace interna in molti paesi. In particolare, le misure di pace e sicurezza interna sono peggiorate a partire dal 2008.In molte nazioni sono stati registrati aumenti significativi del numero di omicidi e di crimini violenti, di persone detenute e di ufficiali di polizia. Caso emblematico, in questo senso, è quello del Messico: pur non essendo un paese in guerra vi sono stati oltre 25.000 morti nella lotta ai trafficanti di droga, vale a dire più vittime della guerra in Afghanistan. In Honduras, il tasso di omicidi è il più alto del mondo.  Evidentemente come alcuni eventi delle ultime settimane hanno dimostrato – si pensi all’uccisione per strada di un militare a Londra o alle violente proteste a Stoccolma – la minaccia alla pace delle nostre società non proviene da nemici esterni, ma si manifesta e si concreta sempre di più all’interno, minando i legami che hanno reso possibile il contratto sociale nella quale siamo abituati a vivere nei paesi democratici.Quasi inutile aggiungere che la grande crisi finanziaria del 2008 sta lasciando un’impronta decisiva in questo senso. E quindi appare quasi paradossale che nel momento in cui si assiste a una contrazione degli arsenali militari a livello globale, la nostra sicurezza interna diminuisce a detrimento del nostro benessere e forse anche della nostra rappresentatività democratica. Non ultimo, l’assenza di pace nel mondo ha dei costi che sono quantificabili: circa 10.000 miliardi di dollari, vale a dire l’11% del Pil mondiale. Vale a dire che riducendo le violenze del 50% saremmo in grado, tra le altre cose, di ripagare il debito dei paesi in via di sviluppo e anche finanziare il patto di stabilità Europeo.Appare dunque evidente che è necessaria una riflessione più profonda sulla natura multidimensionale della pace e della sua capacità di modificarsi nel tempo, se vogliamo elaborare strumenti e politiche che mettano al sicuro le nostre società da ulteriori deterioramenti. La proposta e i contenuti del Global Peace Index rappresentano in questo senso una sfida e una eccellente base di partenza per avviare una utile riflessione scientifica.