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India. La super-potenza a rischio fame

Stefano Vecchia martedì 21 agosto 2018

In India torna la fame. O meglio, torna alla ribalta dopo un lungo tempo in cui ufficialmente era stata sconfitta, salvo casi sporadici dovuti a stagioni agricole avverse o catastrofi naturali. E si ripresenta nel modo peggiore, con le notizie e le immagini di tre fratellini di 8, 5 e 2 anni d’età morti d’inedia a fine luglio per un aggravamento della condizione di povertà della famiglia nel cuore della capitale Delhi. Ultimo di una serie di eventi che più di ogni statistica pongono sotto i riflettori mediatici locali e internazionali i 191 milioni di indiani che si stima non siano in grado di nutrirsi in modo sufficiente.

Non a caso, il vescovo della diocesi di Gumla, in quello Stato dello Jharkhand che rappresenta un concentrato dei mali del Paese che si chiamano povertà, sfruttamento ed emarginazione, ha parlato di «fallimento sistematico» dei governi che «davanti a una legge che garantisce il diritto al cibo per tutti, falliscono nell’assicurare un’alimentazione essenziale alla popolazione». Monsignor Paul Aloys Lakra ha ricordato i 12 morti per fame registrati nel suo Stato lo scorso anno e l’accelerazione negli ultimi mesi. Ultima quella di un quarantenne, il 27 luglio, a Ramgrah. Una vicenda emblematica, quella di Rajendra Birhor, che le cure necessarie a contrastare la malattia della moglie e la mancanza di documenti validi per ottenere cereali a prezzi controllati hanno condannato alla morte per inedia.

L’immensa India a guida nazionalista del Bharatiya Janata Party e del suo leader indiscusso, il premier Rajendra Modi, ha superato lo scorso anno – in base ai dati della Banca Mondiale diffusi a luglio – la Francia, diventando la sesta economia planetaria, ma le sue contraddizioni sono ancora evidenti e ampi settori della popolazione continuano a essere condannati a una vita al limite o ai margini. Le statistiche interne risentono di opportunità e resistenze, ma le ultime disponibili della Fao, contenute nel rapporto sullo Stato della sicurezza alimentare e della nutrizione nel mondo 2017, segnalano che il 14,5 per cento degli 1,2 miliardi di indiani sono denutriti. Tra questi, dato insieme angosciante e allarmante, il 43 per cento sono bambini e l’impegno ufficiale – che si è dato un trampolino con la Legge nazionale sulla sicurezza alimentare del 2013 – è centrato sulla fornitura di generi a prezzi calmierati in cambio di documenti che attestino lo stato di necessità. Un impegno immenso, del valore di 15,6 miliardi di dollari per l’anno fiscale 2015-16 in parte vanificato da conservazione inadeguata, distribuzione carente e la mancanza di un sistema per identificare in modo preciso i bisognosi. Sprechi, malaffare e interessi politici si auto-alimentano a scapito dei bisognosi.

A confermarlo il gesuita padre Irudaya Jyothi, attivista per il diritto al cibo, che definisce «inumano» condizionare la sicurezza alimentare alla capacità degli individui di esibire documenti che provino identità e luogo di residenza, spesso difficili da ottenere per le caratteristiche dei gruppi sociali di appartenenza o perché negati.

Gli attivisti della “Campagna per il diritto al cibo“ sottolineano come la maggioranza dei bisognosi di cibo e delle vittime siano dalit, tribali o musulmani, gruppi da tempo sulla difensiva per il ruolo crescente dell’estremismo induista che fornisce ampio sostegno al governo centrale e a quelli locali guidati dal Bharatiya Janata Party. Così, anziani e bambini diventano le prime vittime di una esclusione che ignora non solo le ragioni dell’umanità, ma anche quelle della Costituzione.

Indirettamente, la situazione alimentare dei settori meno favoriti della popolazione incide su un altro fenomeno – quello dell’abbandono scolastico – messo di recente in rilievo all’interno dello stesso Parlamento indiano. Durante un dibattito alla Camera, è emerso che oltre sei milioni di bambini tra sei e 13 anni d’età, sono esclusi del sistema scolastico e che il 75 per cento di essi appartiene a fuori casta, minoranze tribali e aborigene, oltre che religiose. Una situazione, quella citata dal ministro Upendra Kushwaha, in miglioramento rispetto al passato (dai 13,6 milioni del 2005 e dagli 8,1 milioni del 2009), ma che ancora evidenza le crescenti disparità in un Paese che aspira al ruolo di potenza mondiale. Ancora una volta, le concause più note sono la difficoltà di accesso alle scuole, la mancanza di mezzi delle famiglie e – sempre di rilievo – l’inadeguatezza dei fondi che impediscono di fornire agli studenti indigenti quello che è spesso il loro unico pasto giornaliero e per le famiglie una motivazione di primo piano a concedere la frequenza.