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Parigi. Incendio devasta la cattedrale di Notre-Dame

Daniele Zappalà - Parigi lunedì 15 aprile 2019

Non è ancora il tramonto ma il cielo rosseggia già, quando una spessa colonna di fumo fra il brunastro e il giallognolo appare al centro dell’Ile de la Cité, l’isola nella Senna che è stata il primo embrione storico della città destinata a divenire un fulcro della civiltà umana. Ma a molti presenti, sui ponti di Parigi, occorre ancora un po’ di tempo prima di realizzare che sta avvenendo l’impensabile. A bruciare non è qualcosa nel cuore della città, ma lo stesso cuore del suo cuore. L’apoteosi sacra da cui partono tutte le strade di Francia. Il luogo più visitato d’Europa e forse al mondo, con 14 milioni di visitatori e pellegrini l’anno. La Cattedrale di Notre-Dame. «Non è certo che Notre-Dame si salvi», ha ammesso il sottosegretario all’Interno, Laurent Nunez

Quando le prime fiamme violente diventano visibili dai lungosenna dei bouquiniste, la città ammutolisce e con lei migliaia di turisti senza più fiato. Una specie di dragone di fuoco si dimena sulla schiena della cattedrale, ne azzanna le travi in legno del Basso Medioevo, raggiunge in fretta il guglione. In pochi minuti, tutta Parigi diventa un’arena tragica. Dall’alto del Sacro Cuore che domina il tappeto di tetti blu. Dall’alto della Tour Eiffel, la Dama di ferro. Dall’alto della Tour Montparnasse in ferro-cemento.


Dall’alto dei grattacieli dei quartieri Italie e Beaugrenelle. Dalle alture all’estremo Est parigino. Dappertutto, gli sguardi convergono verso un unico punto. Quel corpo di pietra che è la carne della Chiesa e della storia di Francia. Come se tutti i punti elevati s’inginocchiassero, contemplando il dramma immane cominciato verso le 18 e 45. Un odore acre si spande per la città. Ma il cuore di tanti, già in pianto, si spezza in un momento preciso che nel modo peggiore rompe pure l’ipnosi macabra di quel fuoco assassino. Verso le 19 e 50, le fiamme roditrici hanno la meglio sulla cuspide centrale, il guglione verso cui l’architettura gotica si slancia in cielo come una ballerina di cristallo. La cuspide crolla lateralmente, con la croce che la sormonta. Da sempre, chiamano "foresta" quel tetto e l’albero supremo non ha retto.

Di fronte a quel fuoco, i circa 400 pompieri sembrano senza forze. Allora, molti spettatori sperano in cuore nell’arrivo salvifico di stormi d’elicotteri e Canadair. Ma al loro posto, solo lance d’acqua che tracciano parabole sui bordi dell’edificio già pieno d’ustioni. Che cosa succede? Perché lasciano fare? Sia razionale o no, se lo chiedono in tanti. Dai pompieri, giunge una spiegazione: ogni bordata d’acqua apporterebbe rischi di crolli e morti umane.

Si sparge presto la voce che il presidente Emmanuel Macron sta per arrivare davanti al luogo del supplizio brutale, dopo aver annullato l’atteso discorso serale in diretta televisiva per rilanciare l’azione del governo. Vescovi, ministri, sindaci, tante altre personalità diventano folla anonima davanti al rogo. Intanto, arrivano messaggi di solidarietà dal mondo intero, da Donald Trump alla direttrice generale dell’Unesco, l’agenzia internazionale che ha inserito Notre-Dame quasi d’ufficio nel Patrimonio mondiale dell’umanità. In televisione, certi politici cattolici chiedono ai connazionali di pregare per Notre-Dame.

Per il nuovo arcivescovo di Parigi, Michel Aupetit, ex medico, è il tumore più mostruoso che si possa immaginare. Anche se per consolare, tanti sottolineano che non ci sono vittime. Dai primi riscontri, non risultano operai al momento dell’inizio delle fiamme. Intanto, i portavoci della Diocesi confermano con sconforto supremo che la carpenteria e l’orditura del tetto sono "interamente" attaccate. Proprio sul tetto, si scorgono ancora le impalcature dei lavori di restauro in corso. All’inchiesta giudiziaria, il mesto compito di appurare se quel vasto cantiere e quelle impalcature hanno funto d’innesco, come s’incomincia a ipotizzare. Recentissima l’ultima esercitazione anti-incendio: «Pochi giorni fa», confermano i portavoce della cattedrale.


La notte sta scendendo e sarà un guazzabuglio di domande angoscianti. Reggeranno almeno i campanili? Saranno salvate certe opere d’arte delle navate? In piena Settimana santa, la cattedrale sarà spostata a Saint-Sulpice, sulla Riva sinistra, l’unica altra chiesa parigina con volumi paragonabili? Ma quanto occorrerà per far rifiorire la carcassa di Notre-Dame? Trent’anni? Quaranta? Mezzo secolo? Si può immaginare solo un attimo una Francia senza più la speranza di ritrovare la sua Notre-Dame? Nel buio, null’altro conta più, attorno al buco rosso. E sui calendari dell’umanità, puzzerà da ora in poi di bruciato ogni 15 aprile a venire, almeno fino al giorno della tanto auspicata resurrezione della grande cattedrale.