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VERSO LE ELEZIONI USA. In Virginia a "comandare" saranno le donne

Elena Molinari sabato 3 novembre 2012
Dixie State, capitale della confederazione del sud, Stato rosso. Nessuna di queste definizioni storiche calza con l’idea che Kristen McGills si è fatta della Virginia, sua terra adottiva. La parola “dixie”, in particolare, con i suoi impliciti richiami al sud schiavista della guerra di secessione, irrita oltremodo la trentenne consulente aziendale. «Richmond non è razzista, non corrisponde al profilo di una città del Sud», afferma decisa passeggiando fra le boutique trendy e il mercato della verdura biologica di Carytown, il quartiere più alla moda della capitale della Virginia, che, a parte alcune strade come Courtney road, dedicate a generali degli Stati confederati, potrebbe essere scambiato per un angolo chic di New York o di Washington.Eppure la Virginia, che lambisce la capitale americana, è uno Stato meridionale a tutti gli effetti, solidamente al di sotto dell’invisibile linea Mason Dixon. E, come molti altri Stati al di là del confine convenzionale con il nord, è tradizionalmente repubblicano, vale a dire, nell’originale definizione cromatica americana, “rosso”. Per quasi un secolo, dieci presidenti consecutivi del Grand Old Party (Gop) il giorno delle elezioni hanno aggiunto facilmente la Virginia nella loro colonna delle vittorie, un premio quasi scontato. Almeno fino al 2008, quando il Vecchio dominio, come viene chiamata la Virginia, ha votato per Barack Obama, diventando blu - democratico. «Diciamo viola – precisa Whit Ayres, sondaggista repubblicano –. Obama ha infatti vinto grazie alla tasca del nord est, vicina a Washington, che subisce l’influenza liberal della capitale e del resto del Nordest, mentre il sudovest delle miniere e delle campagne è tuttora conservatore. Un altro “swing state”, insomma». I primi cartelli “no-bama” si incontrano infatti a un paio d’ore a ovest di Richmond, dove le miniere di carbone hanno lasciato profonde cicatrici fra i boschi e sulle sponde delle colline. Mentre per trovare i primi minatori in carne e ossa bisogna andare avanti altri 150 chilometri, fino ad Abingdon, una cittadina di poche migliaia di anime dove gli oggetti più preziosi in molte case sono la Bibbia e la doppietta di famiglia, e dove Mitt Romney è stato accolto con calore quando è venuto a fare un comizio proprio un paio di settimane fa. Qui non è andata giù a nessuno l’iniziativa ambientalista del presidente in carica, che ha innalzato gli standard di purezza del carbone utilizzabile dall’industria, rendendo buona parte dell’oro nero della regione invendibile o più caro. Una miniera ha chiuso i battenti, altre hanno lasciato a casa centinaia di persone. Anche fra chi non ha perso il lavoro, l’umore nei confronti di Obama è amaro. La promessa del candidato democratico di schierarsi dalla parte dei lavoratori suona vuota, o certo meno convincente che in Ohio o Michigan che hanno sentito gli effetti del salvataggio pubblico dell’industria dell’auto.Martedì, terminati gli spogli, la Virginia regalerà al candidato che si aggiudica almeno metà delle sue schede solo 13 grandi voti, un gruzzolo modesto. Ma, sulla via dei 270 necessari per arrivare alla Casa Bianca e con tanti grandi Stati ancora in bilico, non è un bottino da trascurare. Per questo gli strateghi dei due partiti non si sono rassegnati al profilo di uno Stato diviso fra i giovani professionisti del nord e i lavoratori con le facce sporche del sud, che hanno già deciso per chi votare. Hanno invece micro-analizzato la popolazione della Virginia alla ricerca di tasche di elettori indecisi e hanno individuato una categoria precisa, che potrebbe essere ancora alla portata di entrambi gli schieramenti. Sono assistenti di laboratorio, cassiere e cameriere; sono donne bianche, hanno una scolarità medio-bassa, e vivono nei sobborghi residenziali di Washington. Per lo più hanno dato fiducia ad Obama quattro anni fa ma, da quella notte emozionante del gennaio 2008 in cui piansero di gioia al pensiero di aver eletto il primo presidente nero, hanno visto il loro potere d’acquisto erodersi e i loro debiti espandersi. Alcune di loro nel frattempo hanno divorziato, o hanno perso il lavoro e sono tornate a vivere con i genitori. E si sono ripromesse di essere più caute: questa volta voteranno non con il cuore ma con la testa. «Vogliamo lavori, più lavori – dice Teresa Costa, 28enne madre single di Reston, alle porte di Washington –. Romney ne promette molti, e sono tentata di dargli l’opportunità di dimostrare quello che sa fare». Non sono molte, meno di mezzo milione, contano i sondaggisti, ma fra i 750mila colletti blu del sud fra i quali Romney domina almeno al 70 per cento e i due milioni di neri o di bianchi laureati del nord, in maggioranza democratici, che portano i candidati a un perfetto pareggio nelle indagini d’opinione, potrebbero fare la differenza. Costa non si sente particolarmente lusingata di essere al centro della battaglia per il “voto femminile”. «Il bello verrà dopo – conclude, salendo sul suo vecchio minivan –. Una volta arrivati a Washington, metteranno più piede al di qua del fiume Potomac? Si ricorderanno che qui ci servono lavori a tempo pieno, con benefici, ben pagati, dignitosi?».