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PAKISTAN. Il business edilizio dietro la denuncia

Lucia Capuzzi martedì 21 agosto 2012
«Non è uno scontro religioso. Non c’è nessun conflitto tra cristiani e musulmani. Un manipolo di fondamentalisti islamici vuole prendere il controllo del Pakistan. E per riuscirci fomenta l’odio contro le minoranze. Sfruttando l’ignoranza e la miseria diffuse». Ne è convinto Mobeen Shahid, docente di filosofia islamica alla Pontificia Università Lateranense e esperto di storia pachistana. Conosce bene le sofferenze della comunità cristiana: da anni si batte per la libertà religiosa insieme all’Associazione dei pachistani cristiani in Italia. Per questo sa che dietro la rabbia estremista si nascondono ragioni economiche e politiche che niente hanno a che vedere con la religione. Quali motivazioni possono spingere un vicino ad accusare una ragazzina disabile di blasfemia e a chiederne la morte?L’episodio di Rimsha è avvenuto a Umara Jaffar, uno dei sobborghi di Islamabad. Qui vivono, ammassati in costruzioni abusive, centinaia di cristiani, in maggioranza poveri. Grazie a una battaglia legale del defunto Shahbaz Bhatti, il governo ha deciso di concedere i titoli di proprietà agli abitanti. Le prime consegne stanno cominciando ora. I terreni su cui costruite le baracche, però, valgono l’equivalente di milioni di euro. E fanno gola a tanti imprenditori, desiderosi di espandersi. Per farlo, però, devono cacciare i cristiani. Le accuse contro Rimsha capitano a proposito. A questo poi si aggiungono vecchie ragioni storiche che riguardano i più poveri della comunità islamica.A che cosa si riferisce?La gran maggioranza di islamici poveri è formata da ex intoccabili – secondo la divisione in caste dell’induismo –, convertiti nei secoli precedenti alla religione musulmana. Un’origine che costituisce ancora un fattore di discriminazione. Per accreditarsi, dunque, questi cercano di essere più ortodossi della maggioranza, spesso basandosi su interpretazioni errate del Corano. Da qui le false accuse di blasfemia.Questa legge continua ad essere lo strumento di persecuzione delle minoranze. Chi ha cercato di modificarla, come Shahbaz Bhatti, ha pagato con la vita...È una normativa risalente alla fondazione del Pakistan ma è stata indurita negli anni Ottanta e Novanta, quando è stata eliminata l’opzione tra ergastolo e pena di morte. Ora è prevista solo quest’ultima per chi offende Maometto. La legge sulla blasfemia è presente anche in altri Paesi musulmani ma non in forma così rigida come in Pakistan. Qui, data l’eterogeneità di quest’ultimo, c’era il rischio che nascessero eresie all’interno dell’islam. Dati i frequenti abusi della legge, l’11 agosto, il presidente Zerdari ha convocato una commissione di esperti di tutte le religioni per proporre delle modifiche. Speriamo che questa volta si arrivi una revisione delle parti più controverse.