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Caracas. Il Venezuela in rivolta si gioca l'ultima carta

Lucia Capuzzi martedì 25 febbraio 2014
Piazza e Rete. “Guarimba” (blocco stradale) e tweet. Reale e virtuale. Sono i due volti della rivolta che ormai da 13 giorni scuote il Venezuela e che ha già fatto 14 morti, l’ultima vittima ieri. Cortei e cyberlotta è il mantra che la parte più radicale dell’opposizione ripete fin dalla fine di gennaio, invocando una “primavera latina" per mettere fine al governo di Nicolás Maduro. È stato il brutale intervento dell’esercito e della polizia a trasformare, però, una protesta anti-crimine in una contestazione aperta al sistema. Dando voce e risalto a quelle componenti più “dure” del fronte anti-bolivariano. Il trio Leopoldo López, María Corina Machado e Antonio Ledezma ha “scippato” la scena al più moderato Henrique Capriles. In un Paese devastato da un’inflazione superiore al 50 per cento e da una media di oltre 60 omicidi al giorno, il rischio di perdere il controllo della situazione è alto. Da qui il nuovo l’attivismo dell’ala più moderata dell’opposizione – Capriles in testa – per recuperare terreno. Per le strade di Caracas e delle principali città, i giovani – galvanizzati dal successo della manifestazione di sabato a cui hanno partecipato in milioni – hanno moltiplicato le barricate per chiedere la libertà dei compagni detenuti e degli altri «prigionieri politici», in primo luogo López, rinchiuso nel carcere militare di Ramo Verde. Capriles ha appoggiato i settori più moderati degli studenti, quelli che già sabato avevano chiesto la mediazione della Chiesa per mettere fine alla violenza. Su Twitter, l’ex sfidante di Maduro e governatore dello Stato del Miranda ha ribadito: le proteste continueranno. Ma non ha chiuso la porta del dialogo con l’esecutivo. Prima ha annunciato la sua partecipazione all’incontro organizzato dal presidente con i governatori previsto nella tarda serata di ieri. Poi – temendo la sconfessione della piazza – ha fatto marcia indietro, perché «Maduro vuole solo la foto». E qui la contromossa ad effetto: a far da garante alla trattativa dev’essere la Chiesa, ha detto il leader oppositore. Insomma il messaggio è chiaro: Capriles vuole saggiare la disponibilità del governo a fare concessioni reali e non di facciata. A parole, Maduro, infatti, vuole mediare: il capo dello Stato ha convocato per domani una «Conferenza di pace» a cui sono invitati vari settori nazionali. E, come da copione bolivariano, ha dichiarato due giorni di vacanza per il carnevale, non prima di essersi esibito in un balletto in tv. Al di là del folclore, qualche segno di ammorbidimento dell’establishment c’è. E Capriles ne è consapevole. José Vielma Mora, governatore del Tachira e chavista della prima ora, nonché compagno d’armi e di lotta del defunto caudillo, ha fatto “mea culpa”. Il militare ha riconosciuto «ci sono stati eccessi nella repressione». Non si tratta di una frase di per sè sconvolgente. Lo stesso Maduro nei giorni scorsi aveva fatto arrestare tre agenti per la mano dura. Vielma Mora, però, ha aggiunto ancheche «è stato un errore l’arresto di López».Non a caso il governo ha rinunciato a imprigionare l’ex generale dissidente Ángel Vivas, dopo l’accanita resistenza di quest’ultimo arrivato a trincerarsi in casa. Di López ne basta uno.