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Rapporto Sipri. Nel 2017 il record di spese militari: 1.739 miliardi in un anno

Lucia Capuzzi mercoledì 2 maggio 2018

Dalla fine della Guerra fredda non era mai stata tanto elevata. La spesa militare mondiale ha raggiunto nel 2017 il record di 1.739 miliardi di dollari. Tale somma – rivela l’ultimo rapporto del Stolkholm international peace research institute (Sipri) – rappresenta il 2,2 per cento del reddito globale, una media di 230 dollari pro capite. L’incremento rispetto al 2016, in realtà, è stato lieve: più 1,1 per cento.

L’anno scorso, però, ha interrotto un quinquennio di relativa stabilità negli stanziamenti governativi per acquisti di armi. Segno della crescente “ebollizione del pianeta”, dilaniato dalla Terza guerra mondiale a pezzi. Un poliedro di crisi, estese a macchia di leopardo per i cinque continenti. La mappa degli investimenti in arsenali coincide spesso con le linee di faglia del mondo. Le frontiere cioè in cui si intersecano interessi geopolitici divergenti. A volte la collisione raggiunge il punto di eruzione violenta. Altre i conflitti scorrono come fiumi carsici sopra la superficie apparentemente immobile delle “paci armate”. Partendo da tale prospettiva è facile comprendere perché la Cina abbia registrato il maggior “balzo in avanti” dell’anno – più 13 per cento – con 12 miliardi di dollari.

«Le tensioni fra Pechino e i suoi vicini continuano a segnare la crescita della spesa militare in Asia». Non a caso, anche India e Corea del Sud hanno aumentato i loro bilanci in armi. I rivolgimenti in atto in Medio Oriente spiegano la corsa agli armamenti nella regione (più 6 per cento), con Arabia Saudita in testa, tanti da guadagnarsi la terza posizione nella classifica Sipri. Il tutto senza contare Siria, Yemen, Qatar e Emirati Arabi che non forniscono dati ufficiali. Il massimo di spesa 2017 se lo aggiudicano di nuovo gli Usa, con un esborso di 610 miliardi. Segno che la politica di contenimento degli investimenti, cominciata nel 2010, è ormai un capitolo chiuso. In controtendenza, la Russia con un drastico calo del 20 per cento. Eppure proprio la politica di potenza del Cremlino, percepita come una minaccia, ha prodotto un bizzarro effetto. Ovvero il riarmo massiccio dell’Europa centrale e occidentale, rispettivamente più 12 e 1,7 per cento.

La tendenza internazionale al rialzo preoccupa la Campagna globale sulle spese militare (Gcoms) che oggi conclude le sue “giornate di azione”.

Per tale ragione, l’organizzazione – sostenuta da centinaia di associazioni, tra cui, in Italia, la Rete per il disarmo – ha chiesto la riduzione dei fondi destinati ad usi militari e il loro «urgente reindirizzo verso le vere necessità umane». Come primo passo, la Campagna esorta «i Paesi e le Alleanze, compresa la Nato, a una riduzione del 10 per cento della spesa militare». A partire – aggiunge Rete disarmo – dall’Italia, che destina a tali investimenti sei miliardi all’anno.