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Il volto di Aleppo . Il piccolo Omran ritorna a casa Anche se la sua casa non c'è più

Luca Geronico sabato 20 agosto 2016
Omran «non credeva a quello che vedeva. Non riusciva a capire cosa stava accadendo attorno a lui. E quando finalmente ha parlato, la sua prima parola è stata per il padre», spiega il radiologo Muhammed Abu Rajab.  Dopo aver medicato la ferita alla testa, fortunatamente superficiale, pulito il visto ricoperto di polvere, e aver accertato l’assenza di danni cerebrali, il personale dell’M10 – un ospedale di fortuna nel quartiere di Safour dove medici e infermieri fanno del loro meglio per salvare vite  umane – ha dimesso Omran. Ferita alle gambe la mamma di Omran, comunque dimessa e colpita lievemente pure una sorella mentre – riferisce l’Aleppo Media Center – un fratello di 7 anni è ricoverato in gravi condizioni. Disperati i genitori si sono chiusi nel silenzio, nonostante l’improvviso clamore mediatico.  Una tragedia iniziata in un lampo, e finita per Omar in poche ore, fortunatamente con poche conseguenze. Giovedì sera «Omran stava cenando con i suoi quando sono piovute le bombe», ricorda davanti ai microfoni di una tv araba Ibrahim, un amico della piccola vittima. «Stavamo qui a giocare quando tutto è saltato in aria». Completamente distrutto da una grandinata di bombe sul quartiere al-Katerji un palazzo vicino a quello della famiglia di Omran, sventrato a metà. Ammar Tabyeh è l’infermiere dei Caschi bianchi, il corpo di soccorritori volontari, che ha strappato il piccolo dalla tragedia. «Tra i feriti sotto le macerie c’era anche quel bambino», spiega Ammar. «L’ho tirato fuori ma era sotto choc. L’ho portato sull’ambulanza, era ferito: aveva tre schegge in testa e una nel braccio. Era ricoperto di polvere. Sono riuscito a prenderlo in braccio ma ero felice e sconvolto. Ero grato a Dio per averlo salvato ma sconvolto perché era solo un bambino di cinque anni. Perché gli è toccato tutto questo...?». Oltre al fratello di Omran in pericolo di vita, in quell’attacco di giovedì notte ad al-Katerji sono morti 5 bambini e tre adulti. Ma davvero, si può pensare che ora Omran, “tornato a casa” con la famiglia – una casa che in realtà non c’è più – possa considerarsi sano e salvo? Quel viso immortalato in uno scatto già storico, lo sguardo di chi – affermano gli psicologi – «non riesce a provare emozione» è il sintomo di una ferita dell’anima che durerà tutta la vita e, solo se curata adeguatamente, il tempo forse potrà in parte rimarginare. Omran «è il simbolo della sofferenza di tutta l’infanzia di Aleppo, di quella a Est della città come di noi che siamo a Ovest», afferma il frate marista George Sabe. Anche lui parla di strumentalizzazioni mediatiche ad uso politico di un episodio purtroppo ricorrente, mentre la sofferenza  di una infanzia quotidianamente oppressa dalla guerra civile ad Aleppo è ora la sola realtà universalmente riconosciuta in tutti i quartieri. Impossibile sapere ad Aleppo Ovest chi aiuta ora Omran e la sua famiglia: «Ci sarà una rete sociale, come facciamo noi», commenta il marista. Sono tante, racconta ad Avvenire fra George, le organizzazioni di volontari che curano con i pochi mezzi che hanno l’infanzia dall’ «abuso della guerra». I maristi in particolare hanno messo in campo il progetto “Civili feriti di guerra”, con cui si offre ai minori e alle famiglie «un forte sostegno medico e psicologico. Spesso il primo sintomo, dopo una ferita di guerra, sono l’insonnia e incubi ricorrenti. E poi educhiamo questi ragazzi a non cercare una risposta nella vendetta, ma nella non violenza». Sono una trentina di educatori, personale sanitario e volontari che assistono una decina di ragazzi vittime dei combattimenti: per ognuno una spesa media di 30mila dollari grazie ai finanziamenti internazionali.  Così per fra George Sabe il volto di Omran si confonde con quello di Basel (nome di fantasia per evidenti ragioni di riservatezza) nato senza braccia e a cui una granata ha portato via entrambi i piedi: «Ora gli stiamo insegnando a usare la bocca e a muoversi un poco senza piedi. Lo assistiamo con più visite settimanali a casa sua». I maristi di Aleppo, i medici dell’ospedale San Luigi e quello delle suore di San Giuseppe dell’Apparizione stanno cercando di procurargli delle protesi per gli arti inferiori. Omran, per fra George, ha pure il volto di Faunille e Salah, due ragazzi con handicap fisico e mentale: «Da 12 giorni, da quando sono ripartiti i combattimenti più pesanti, con il padre sono fuggiti di casa e ci hanno chiesto aiuto. Adesso vivono con noi, una stanza del nostro istituto ». Omran, per fra George, ha pure il volto di Dehal che aveva 4 anni quando una scheggia la colpi alla testa: «È stata operata alla testa, e dopo un mese di degenza dimessa. Ora sta bene, sorride e partecipa ai nostri progetti educativi per tutti i ragazzi». Omran, per fra George, ha pure il volto di Ali e Basel «che siamo andati all’obitorio a riconoscere, dopo che una bomba li aveva uccisi». Omran con tutti i suoi volti, per rammentare che «tutto quello che facciamo deve servire per costruire la pace».