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Africa. Il massacro silenzioso dell'Etiopia: morti centinaia di oromo e somali

Matteo Fraschini Koffi venerdì 6 ottobre 2017

«Possiamo affermare con certezza che centinaia di membri dell’etnia oromo sono stati uccisi negli ultimi giorni. Ci sono però stati morti anche dalla parte dei somali. Non sappiamo esattamente quanti, l’inchiesta è ancora in corso». Le parole di Negeri Lencho, ministro della Comunicazione etiope, non lasciano dubbi. Da alcune settimane sono in atto feroci scontri interetnici in gran parte del territorio sudorientale dell’Etiopia, soprattutto lungo il confine di circa 1.400 chilometri che divide l’Oromia dalla Regione dei somali. Resta comunque difficile verificare cosa stia succedendo con precisione. Le agenzie umanitarie, i media e le organizzazioni per i diritti umani hanno ripetutamente denunciato il «divieto d’accesso alle aree più a rischio».

Sebbene il governo tenda a minimizzare il livello di insicurezza in queste regioni, diverse strade sono state più volte bloccate e i diplomatici stranieri hanno avvertito i loro connazionali di non dirigersi nel sud-est dell’Etiopia. «Una cellula di emergenza è stata attivata per gli sfollati e per gli sforzi di mediazione intrapresi tra il governo e le autorità locali – ha continuato a spiegare Lencho –. Polizia e esercito federali hanno già ripristinato l’ordine rimpiazzando le forze di sicurezza regionali». Le associazioni oromo per la difesa dei diritti umani hanno di- chiarato settimana scorsa che: «Almeno 113 persone appartenenti alla nostra comunità sono morte nella Regione dei somali a causa della polizia locale – recitava un comunicato –. Le forze di sicurezza, con il beneplacito dell’esercito etiope, hanno preso di mira soprattutto le località di Jijiga, Wechale e Chirito ».

Meno di due settimane fa, invece, «oltre 30 civili di entrambe le comunità sono stati massacrati e altri 50mila sono ora profughi». Gli scontri sono avvenuti a Awaday, cittadina dell’Oromia, dove le autorità hanno detto di aver «arrestato quasi 200 persone legate alle violenze». Il primo ministro etiope, Hailemariam Desalegn, ha confermato di aver spedito la polizia federale per proteggere le strade principali. Diversi testimoni hanno invece puntato il dito contro la famigerata polizia Liyou, formata dal governo federale nel 2007 per contrastare i ribelli del Fronte di liberazione nazionale dell’Ogaden (Onlf ), attivo dai primi anni ottanta nella Regione dei somali.

Un funzionario governativo della stessa area, Idris Ismail, ha però rifiutato qualsiasi accusa contro la Liyou, replicando che: «I morti erano almeno 50, soprattutto di etnia somala – ha commentato Ismail –. Alti ufficiali dell’Oromia stanno conducendo un genocidio nella mia regione». Le violenze si sono riversate anche nel vicino Somaliland, la provincia separatista nel nord della Somalia, dove vivono anche persone della comunità oromo. Almeno due rifugiati etiopi originari dell’Oromia sono rimasti uccisi recentemente vicino alla città somala di Hargeisa. Sono invece numerosi i progetti delle agenzie umanitarie, tra cui molte italiane, che stanno subendo forti danni.

«A causa delle violenze tanti programmi nella regione si sono interrotti – ha ammesso un’operatrice umanitaria italiana che preferisce mantenere l’anonimato –. La comunicazione via internet è complicata e via telefono i nostri beneficiari preferiscono non parlare». Le due comunità si scontrano da anni per l’accesso al territorio e all’acqua necessario alla sopravvivenza del loro bestiame. Inoltre, la Regione dei somali ospita il bacino dell’Ogaden, un territorio grande quasi quanto la Germania e sotto cui si nascondono enormi risorse di gas e petrolio che fanno molta gola alle potenze energetiche occidentali e asiatiche.