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Madrid. Covid nella baraccopoli senza luce né acqua

Paola Del Vecchio domenica 15 novembre 2020

Abdelbir, 12 anni, si cala infreddolito il berretto di lana sulla fronte mentre alle 7.30 sveglia le sorelline Amina, Fadila e Hana, dagli 8 a 6 anni. «È tornata la luce?», domandano nell’aprire gli occhi, mentre mamma Fatima nella penombra scalda su un camping- gas un pentolone di acqua, per riempire una bacinella dove a turno si lavano alla men peggio. Anche per oggi, come nell’ultimo mese e mezzo, niente elettricità, niente stufa per mitigare l’aria gelida e asciugare l’umidità che trasuda dai muri. Per il latte caldo, dovranno aspettare di andare a scuola, a Villa de Vallecas.

Come loro, gran parte dei 2.500 minori in età scolare che con i genitori – 8mila persone di 18 nazionalità – vivono nel poblado chabolista della Cañada Real, la baraccopoli più grande d’Europa, 14 chilometri lungo l’antica via di transumanza alla periferia di Madrid. «La pandemia ha aggravato ancora di più l’esclusione dei più vulnerabili, che campano di commercio di cartoni e ferraglia, lavori al nero, e lottano ogni giorno per tirare avanti», spiegano alla Cruz Roja, che con sette unità mobi-li, ha distribuito prodotti di igiene e alimenti a 450 famiglie durante la prima ondata pandemica. Nel sesto settore, a ridosso dell’inceneritore, le casupole in mattoni o lamiera si alternano ai cumuli di rottami.

«Stiamo al buio dal 2 ottobre, tranne una breve parentesi a inizio novembre. Significa senza acqua calda, lavatrice, aspirapolvere o frigorifero, quando più è vitale l’igiene», protesta Fatima, 32 anni, di origini marocchine, che alla Cañada vive da 20 anni. Il marito Ahmed, operaio edile, ha perso il lavoro per un complicato intervento a una spalla. «Senza internet e senza tv non sappiamo nemmeno cosa accade fuori. Per i compiti con le bambine usiamo il mio cellulare, che ricarico in macchina, ma spesso manca la copertura».

Vivono del salario minimo vitale varato dal governo e si considerano «fortunati, perché molti ancora non lo hanno ricevuto». Con l’inizio della seconda ondata, la tensione è andata in crescendo e si sono moltiplicate le proteste per i tagli della luce, provocati «da sovraccarichi nella rete di distribuzione», come spiegano alla compagnia elettrica Naturgy. Picchi di consumo che coincidono con i punti dove la polizia ha sequestrato coltivazioni di marijuana nel grande supermarket di droga che è la Cañada. «L’incidenza della prima ondata del coronavirus è stata circoscritta, perché la situazione di isolamento, senza neanche trasporto pubblico, ha limitato la mobilità ai soli enti sociali presenti sul territorio.

Operatori della Caritas diocesana di Madrid preparano il cibo alla Cañada Real - Caritas

Ma ha avuto un impatto evidente sull’infanzia, per la disconnessione con i centri scolastici e la mancanza di mezzi per l’educazione a distanza», spiega Pablo Chozas, responsabile del centro locale di Caritas. Il virus è arrivato proprio quando la battaglia contro l’evasione scolastica faceva passi avanti. La Fabrica, dove Caritas lavora in rete con l’associazione El Fanal, la Fundació Barró, Cruz Roja all’accompagnamento di famiglie e minori, per tentare di interrompere il circolo intra-generazionale della povertà, è andata adattandosi alle necessità di ogni momento. In coordinamento con il governo regionale e il Comune, 500 alunni hanno potuto ricevere a casa materiale didattico e 800 famiglie in povertà estrema sono state assistite con interventi d’emergenza, nelle richieste dei sussidi e aiuti economici.

«Ora abbiamo ripreso le attività pomeridiane di formazione e di rinforzo scolastico, ma siamo costretti a terminare alle 18 per la mancanza di luce», rileva Choza. «Gli interventi della polizia sono insufficienti per sradicare le piantagioni di marijuana. Queste famiglie reclamano contratti della luce legali e hanno dimostrato capacità organizzativa mobilitandosi, ma non stanno ricevendo risposte». La chiesa de la Calzada è un altro avamposto di resistenza, con padre Agustín Rodríguez riuscito a mantenere 20 comedores populares organizzati con Banco de Alimentos, che danno da mangiare a 160 famiglie. «L’idea è ispirata alle mense sociali in Perù negli anni ’90.

Le stesse famiglie si organizzano in gruppi e cucinano gli alimenti», spiega il sacerdote. Il futuro è sequestrato dal Covid-19, che ha ritardato ulteriormente l’esecuzione del patto per il reinsediamento degli abitanti della Cañada, firmato nel 2017 con le amministrazioni locali, che prevedeva in 2 anni una prima assegnazione di case a 150 famiglie. «La lentezza è esasperante – osserva padre Agustín –. Sono stati riallocati un centinaio di nuclei, ma mancano alloggi, mentre fra la gente cresce disperazione e sfiducia, che degenera in violenza. Non si possono lasciare senza luce famiglie con anziani ammalati in casa, imporre ai giovani il coprifuoco dopo il tramonto. Si stanno sacrificando i più vulnerabili».