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Tv. Eurovision, Israele e il brano contestato. Quando la guerra irrompe nella festa

Angela Calvini martedì 27 febbraio 2024

Proteste a Stoccolma contro la presenza a Eurovision di Israele

È diventato un caso di Stato la canzone “October Rain” con cui Israele conta di partecipare a maggio all'Eurovision Song Contest di Malmo (Svezia). Il testo, quasi tutto in inglese, è stato sottoposto una settimana fa al giudizio degli organizzatori dell'European Broadcasting Union (Ebu) che si sono per ora astenuti dall'approvarlo. Ebu vuole accertarsi che la canzone non abbia alcun contenuto politico, come da regolamento di quella grande festa un po’ kitsch della musica mondiale, altrimenti Israele sarebbe escluso da questa edizione dell'Eurovision. Non solo canzonette, ma un caso scottante, mentre ancora infuria la guerra fra Israele e Hamas, innescata dai massacri del 7 ottobre.

«Il dialogo con l’Ebu procede» ha fatto sapere l’emittente pubblica Kan, aggiungendo che comunque quella canzone - affidata alla cantante Eden Golan - non sarà modificata o sostituita e se non verrà approvata «Israele non potrà partecipare alla competizione». Il testo è stato diffuso e si tratta di una ballata che evoca in modo indiretto la strage parlando in modo poetico di dolore e morte. Per il ministro della cultura Micky Zohar «si tratta di una canzone commovente, che esprime il sentimento di dolore che c'è nel pubblico» mentre il capo dello Stato israeliano Isaac Herzog spinge per il dialogo pur di portare Israele davanti alla platea televisiva più ampia al mondo, per Eurovision nel 2023 ben 162 milioni di telespettatori in oltre 34 Paesi.

Alla luce della guerra a Gaza, la partecipazione di Israele era già stata oggetto di polemiche prima ancora che venisse scelta “October Rain”. Petizioni per la sua esclusione erano state pubblicate a gennaio da artisti in Islanda ed in Finlandia, mentre ora i social si stanno scatenando. Israele vede crescere intorno a sé un sentimento di ostilità internazionale nel mondo dello spettacolo. Oltre al caso Ghali a Sanremo, ora in Germania il ministro per la Cultura e i Media tedesca, Claudia Roth, in sintonia con il cancelliere Olaf Scholz, ha criticato come «spaventosamente unilaterale e caratterizzata da un profondo odio per Israele» la cerimonia di premiazione del Festival cinematografico di Berlino in cui diversi registi e giurati hanno chiesto un cessate il fuoco a Gaza. La questione resta dolorosa e complessa, ma il popolo israeliano rivendica di poter raccontare anche le sue sofferenze da un palco internazionale come Eurovision, piuttosto che gareggiare con un superficiale brano dance.

Nel 1973 Israele fu il primo Paese extraeuropeo ad essere ammesso alla competizione, ma nel 1978, quando vinse per la prima volta, molti Paesi arabi non riconoscendo la sovranità nazionale di Tel Aviv, interruppero le trasmissioni per non mostrare la cerimonia di premiazione. Nel 2019, quando il concorso è stato organizzato a Tel Aviv, diversi gruppi di pressione pro-Palestina hanno cercato di organizzare un boicottaggio internazionale dell'evento.

Chi difende la posizione di Israele sottolinea che in passato ci sono stati brani più politici come “1944”, presentato da Jamala per l’Ucraina che vinse Esc nel 2016 nel quale si faceva riferimento all’occupazione e all’annessione russa della Crimea del 2014. Senza contare la vittoria all’Eurovision di Torino nel 2022 dell’Ucraina appena attaccata dalla Russia con “Stefania” della Kalush Orchestra, dedicata alle sofferenze della madre patria, già da settimane inno dei combattenti al fronte.

La cosa più bella sarebbe ritornare a quel 2009 a Mosca quando Israele si presentò in gara con la coppia formata dalla ebrea Noa e dalla palestinese Mira Awas per cantare “There must be another way”, deve esserci un’altra strada. La pace allora pareva possibile.