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LE STORIE. Iawatch, il pellerossa che ha ritrovato Gesù

Giorgio Paolucci giovedì 23 dicembre 2010
«Per me è Natale ogni gior­no, da quel giorno che Dio è tornato a visitarmi, e non mi ha più abbandonato. Ma se non ci fossero stati prima don Sala­mon e poi padre Alfredo, Dio per me sarebbe rimasto un puro nome». Da­vid Maurice Frank scandisce le paro­le con solennità mentre riavvolge il film della sua vita, e si commuove an­cora davanti a certi fotogrammi.David è un pellerossa, vive con la sua tribù di duemila persone nella riser­va Ahousat. Il suo nome originario è “Iawatch”, che nella lingua dei nativi significa “protettore delle genti”. È un anziano del popolo, vive con la mo­glie e i quattro figli a Vancouver Island, una splendida isola nell’Oceano Pa­cifico, nord del Canada, con una vista mozzafiato sulle West Coast Moun­tain, le montagne della British Co­lumbia che si affacciano sul Pacifico. Terra d’incanto per le sue bellezze na­turali, terra di frontiera perché lì si so­no incontrate tante culture: nel 1860 c’era già una presenza cinese, ma l’in­contro più significativo è stato quel­lo tra i popoli di origine europea e i na­tivi, che hanno conosciuto e in molti casi abbracciato il cristianesimo. «An­ch’io sono cresciuto nella tradizione cristiana – racconta Iawatch –. Fre­quentavo la scuola cattolica, come al­tri bambini della mia tribù, trascor­revo dieci mesi all’anno lontano dal villaggio per poter ricevere una for­mazione di qualità. Ma è proprio lì che è accaduto un fatto che mi ha se­gnato per sempre: ho subito abusi da un sacerdote. Quando è successo non riuscivo neppure a capire come po­tessero accadere cose come quella, come un uomo di Dio potesse fare co­se del genere su un bambino. Ho gri­dato a Dio: perché hai permesso che accadesse? Perché proprio a me? Me ne sono andato dalla Chiesa cattoli­ca, ho odiato gli uomini di Chiesa, mi sentivo tradito, non credevo che esi­stesse più la giustizia, ho cercato ri­fugio e conforto nell’alcol e nelle dro­ghe, fino a diventarne schiavo. Tutto era buio attorno a me e dentro di me. Ho persino cercato di suicidarmi, convinto com’ero che non c’era più motivo per vivere, e che ormai nep­pure a Dio importava qualcosa di me».E proprio il giorno in cui aveva deci­so di farla finita, a cas di Iawatch im­prevedibilmente arrivò un missiona­rio cattolico, padre Salomon: «È ve­nuto ad aiutarmi senza che io avessi chiesto aiuto, ha ascoltato la mia sto­ria di abusi e la sofferenza fisica e mo­rale che mi aveva segnato per tanti anni, mi ha aiutato a elaborare quel­lo che mi era capitato. Ha pregato per me e con me, è rimasto al mio fianco mentre cercavo di risalire la china per accettarmi con tutto il mio passato e le mie lacerazioni. Con lui ho comin­ciato a capire che solo una miseri­cordia più grande della giustizia po­teva colmare il mio dolore, e che Dio bussava nuovamente alla porta del mio cuore: mi era venuto a cercare u­sando un uomo consacrato a Lui, do­po che un altro uomo consacrato a lui era stato motivo di scandalo».Dopo Salamon altri uomini e donne di Dio si sono affacciati alla porta di Iowatch: sacerdoti e religiose che gli hanno fatto capire che la Chiesa è più grande degli errori di quelli che ne fanno parte. Tra questi, padre Alfredo Monacelli, un sacerdote originario di Varese e incardinato nella diocesi di Victoria, che su incarico del vescovo locale cura l’educa­zione religiosa dei pellerossa nella ri­serva di Vancouver I­sland. Insieme, nel­l’agosto scorso, han­no raccontato il loro incontro e l’amicizia che ne è sbocciata davanti all’affollata platea del Meeting di Rimini. «L’incontro con i pellerossa della riserva Ahousat è per me un’autentica lezione di vita – rac­conta padre Monacelli –. Mi provoca ad andare al fondo della mia voca­zione di prete, a capire che la vita è più grande dei miei progetti e dei miei limiti. E a stupirmi che Dio si possa co­municare a questa gente attraverso il volto di uno come me».Oggi David-Iowatch è il responsabile dell’Ahousat Holistic Center, un ente che si occupa del benessere fisico e spirituale delle persone e aiuta quel­le che hanno subito traumi a ripren­dere uno sguardo positivo sull’esi­stenza facendo ricorso anche alle pra­tiche tradizionali che appartengono alla storia del suo popolo. Ad esempio, il “cerchio di guarigione”, una sorta di terapia di riconciliazione che affonda le sue radici nelle tradizioni spiritua­li di questo popolo. «Una ragazza a­veva subito violenza dal fratello – Iawatch lo spiega così –, i due si sono incontrati e con la famiglia hanno for­mato un cerchio. A quel punto l’uo­mo ha ammesso la sua colpa e ha chiesto perdono, sollecitando a sua volta un 'cerchio' perché anche lui era stato vittima di violenza da uno zio. Durante la cerimonia lo zio ha se­guito le orme del nipote, chiedendo il suo perdono. Momenti come questi fanno capire che la compassione può iniziare una dinamica di guarigione nell’anima, e che il perdono e la pietà fanno rinascere a nuova vita. Così ci si avvicina alla bontà di Dio, se ne fa esperienza, si diventa uomini nuovi, si capisce che chi ama davvero non ha nemici. È dalla misericordia che nasce la vera giustizia, la sola che può risanare le ferite del corpo e dello spi­rito. La sola che permette a me, vec­chio pellerossa, di vivere come se o­gni giorno fosse sempre Natale».