Mondo

La difesa dell'ambiente. La generazione verde: «Basta parole, cambiamo sul serio»

Daniela Fassini venerdì 20 settembre 2019

Un pomeriggio a Milano, tra gli attivisti dei «Fridays for future» che lottano per un mondo sostenibile «Non tolleriamo chi si lava solo la coscienza». Oggi lo sciopero mondiale

Una cosa è certa. Da quando, più di un anno fa la piccola attivista svedese Greta Thunberg ha cominciato a scioperare per il clima, è aumentata anche la sensibilizzazione sui temi ambientali. Ma per i giovani attivisti italiani, in procinto di organizzare in oltre 300 città italiane il terzo «sciopero globale» per il clima, venerdì 27 settembre, c’è ancora molto da fare.

«Sono in molti ancora a sottovalutare la crisi ambientale» puntualizza Sarah Brizzolaro, 23 anni, milanese, studentessa e attivista dei Fridays for future. «Vai al compleanno di un amico e trovi i bicchieri di plastica, allo stadio i tifosi buttano giù dalle tribune rotoli di carta igienica, siamo ancora molto lontani» aggiunge Francesco Volpe, anche lui milanese, barista perché lo studio non gli dà da mangiare ma con il sogno di poter lavorare e guadagnare solo per vivere col minimo indispensabile. È la “generazione verde”, quella che si mette in gioco e ci mette la faccia per gridare a chi ci governa che non abbiamo più tempo per invertire la rotta. Che è quella di abbandonare i combustibili fossili. Lo ripetono come un mantra. E mentre Greta dagli Usa sfila per le vie di New York, i nostri giovani si riuniscono, discutono e si confrontano sulle azioni da mettere in campo per la Climate change week, la settimana che inizia oggi con lo sciopero degli studenti in moltissime città del mondo e vede al centro dell’agenda internazionale il summit sul clima, organizzato dall’Onu lunedì.

L’ultimo briefing (uno dei tanti dopo i due scioperi globali di marzo e maggio) si consuma sul prato davanti al Politecnico di Milano. Fa caldo. C’è chi arriva a piedi. Chi ha usato la metropolitana per spostarsi. Chi è in bicicletta. Sono soprattutto studenti, liceali e universitari. Ma ci sono anche giovani lavoratori. L’età media è un po’ più alta rispetto a quella di Greta, la loro "leader".

In agenda ci sono le attività dei vari comitati (nessuno sa quanti) da attivare per sensibilizzare l’opinione pubblica durante la settimana verde. Dibattiti a scuola, picchetti, volantinaggio, striscioni e flash-mob. «Dobbiamo coinvolgere tutti i nostri compagni di classe, di scuola, i nostri amici e lo dobbiamo fare tutti, ognuno di noi è responsabile» dice Alessandro. Ma non è facile. Perché i più giovani, quelli per intenderci delle scuole medie e in parte anche quelli delle prime classi dei licei sono un po’ “apatici”, ammette quasi sottovoce Alessandro, 26 anni. «Stanno tutto il giorno chiusi in casa col cellulare in mano e non si interessano di quello che gli sta intorno».

Ma è solo un punto di vista. Perché a Roma, ad esempio una delle attiviste più convinte ha poco più di dieci anni. Ma il gruppo dei Fridays for future è un po’ così. Frammentato, eterogeneo. Martina Comparelli si è avvicinata da poco ai Fridays. «È solo un mese che partecipo alle riunioni. Inquinare deve diventare la strada più costosa. Oggi non lo è. Bisogna cominciare dalle piccole cose». «I media non fanno la narrazione giusta – esordisce Luca – perché parlano solo di uragani, caldo e fanno vedere il contadino del Bangladesh che si ritrova con tutte le terre allagate. Invece deve essere affrontato il tema della “giustizia climatica”. Tutto il resto è green wash». È come pulirsi la coscienza parlando di ambiente, senza fare nulla per cambiare veramente e salvare il pianeta. Tutto è green wash: i media che fanno servizi ambientalistici ma non toccano i veri punti segnati in agenda per contrastare i cambiamenti climatici; anche le aziende oggi fanno green wash.

«Essere ambientalisti è di moda: le multinazionali che inquinano di più ti raccontano e ti parlano di “verde”. Ma poi continuano a inquinare».

Il costo di uno stile di vita ecosostenibile e più rispettoso dell’ambiente «cadrà per forza di cose sulle spalle del cittadino comune» aggiunge Francesco. «Il costo più alto lo pagheremo noi. Perché cambiare auto e passare a quella elettrica ci costerà di più. Come ci costerà molto di più mettere i doppi vetri alle finestre per isolare meglio la casa dal caldo e dal freddo o rinunciare al vecchio scooter che inquina all'inverosimile, ma alla fine costa poco». La transizione verso un’economia ad “emissione zero” è ancora lunga e drammaticamente in salita. Ma sono loro, i giovani, a dover pagare sulla propria pelle le scelte sbagliate fatte dagli adulti. L’invito del primo global strike, il primo sciopero mondiale oggi, ha tutta l’aria di essere un’ultima chiamata.