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Caucaso. I presepi vuoti del Nagorno-Karabakh. Il Natale da esuli fa male agli armeni

Nello Scavo sabato 23 dicembre 2023

A Stepanakert, il capoluogo del Nagorno-Karabakh, dopo il raid azero del 19 settembre

Ai piedi della vertiginosa cattedrale di Strasburgo, tra luci colorate e profumi di vin brulè, per la prima volta gli artigiani armeni hanno esposto nel celebre mercatino di Natale alsaziano. Sulle bancarelle anche legni intagliati in Artsakh, il nome armeno del Nagorno-Karabakh, la regione cristiana del Caucaso meridionale che per la prima volta in molti secoli non vedrà celebrare la Natività.

A Strasburgo e Bruxelles, nelle sedi delle istituzioni europee, l’Armenia sta giocando la sua partita per l’avvicinamento all’Ue e la progressiva emancipazione dall’influenza di Mosca. E i presepi vuoti del Nagorno sono più di una denuncia. Dal 19 settembre la maggior parte della popolazione, 130mila abitanti, è stata costretta ad abbandonare le proprie case e a trasferirsi inizialmente sul confine armeno. Non c’era altra via di fuga mentre l’esercito dell’Azerbaigian in meno di un giorno riconquistava l’enclave armena, scacciando la minoranza cristiana che da decenni si batteva per l’autodeterminazione. A migliaia hanno scavalcato la catena montuosa attraverso impervie vie di fuga. Un inferno per migliaia di persone fiaccate dal blocco azero durato nove mesi, durante il quale alla maggior parte delle famiglie venivano assegnate solo piccole razioni di cibo. Il «contingente di pace» russo avrebbe dovuto proteggere i civili, ma i duemila soldati di Mosca se ne sono rimasti a guardare.

Ad esclusione della minoranza cattolica, la gran parte degli armeni celebrerà il Natale come ogni anno il 6 gennaio. E sarà forse il più triste. Il Nagorno è stato etnicamente ripulito. E la propaganda di Baku non mancherà di mostrare qualche campanile in festa per dimostrare di non aver voluto sopprimere il cristianesimo.

Il 7 dicembre in una dichiarazione congiunta veniva affermato che «la Repubblica di Armenia e la Repubblica dell’Azerbaigian condividono l’opinione che esiste una possibilità storica per raggiungere la pace», e come gesto di buona volontà, l’Azerbaigian ha rilasciato 32 militari armeni a fronte di 2 militari azeri liberati dall’Armenia. A sua volta Erevan ha deciso di sostenere Baku, gigante del gas che esporta soprattutto in Europa, ad ospitare la Cop29, la Conferenza delle Parti della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, ritirando la propria candidatura.

La strada però è accidentata. «Oggi, la diaspora armena di tutto il mondo, sta provando gli stessi sentimenti provati nel secolo scorso, durante il Genocidio degli Armeni: incredulità e incomprensione per il complice e assordante silenzio della comunità internazionale», denuncia Gayané Khodaveerdi, Segretaria dell’Unione degli Armeni. «La millenaria nazione armena, custode della culla della cristianità, aspetta un miracolo, il miracolo della verità e della difesa del proprio popolo. Chissà - è l’auspicio - se per il 6 gennaio, ricorrenza del Natale per gli armeni, l’umanitá potrà farsi illuminare ed agire in difesa degli armeni dell’Artsakh». I rancori in direzione di Mosca oramai nessuno li nasconde più. Dopo avere aderito alla Corte penale internazionale, quel tribunale dell’Aja che vorrebbe processare Vladimir Putin, l’Armenia ha annunciato anche la temporanea sospensione della licenza di trasmissione alla filiale armena della radio russa Sputnik.

Molti rifugiati del Nagorno hanno raggiunto i centri armeni più grandi, come Erevan, Kotayk e Ararat. Nel Paese una persona su 30 è un rifugiato: più della metà sono donne e ragazzi, quasi un terzo i bambini e un quinto le persone anziane.

Alvina, una nonna di 65 anni, racconta di essere diventata la principale fonte di sostentamento per la famiglia. Guadagna un po’ di spiccioli vendendo i “cappelli jingalov”, un piatto tradizionale armeno fatto in casa e servito su un tagliere di legno, o il “pane verde”, una focaccia ripiena di erbe che oggi è diventata la portata della nostalgia, da secoli è un alimento base per gli armeni del Karabakh. «Dato che al momento non abbiamo altre entrate, queste bastano appena per comprare il pane», dice Narine, la giovane nuora di Alvina. Molti uomini mancano all’appello. Forse imprigionati dagli azeri, oppure gettati in qualche fossa comune.