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L'ODISSEA INFINITA. Profughi eritrei nel Sinai: si mobilita il Parlamento Ue

Ilaria Sesana lunedì 13 dicembre 2010
Il Parlamento europeo voterà giovedì, su proposta del capodelegazione Pdl Mario Mauro, una risoluzione urgente sulla drammatica situazione dei 250 eritrei tenuti in ostaggio da diverse settimane nel deserto del Sinai. "Il Parlamento deve chiedere subito all'Ue di intensificare le pressioni sul governo egiziano per salvare queste vite - ha detto Mauro - perché non possiamo tollerare che una banda di trafficanti di esseri umani possa tenere in ostaggio, torturare e uccidere donne incinta e bambini"."Profonda preoccupazione" per la sorte dei 250 profughi eritrei ostaggio di una banda di predoni nel deserto del Sinai è stata espressa anche dai due vicepresidenti italiani dell'Europarlamento, Gianni Pittella (Pd) e Roberta Angelilli (Pdl). "Da varie settimane - si legge in una nota - ci sono uomini,donne e bambini che vivono in condizioni inumane, subendo ogni tipo di tortura e violenza. Temiamo per la loro vita e per il loro destino, perchè queste persone rischiano di divenire vittime del traffico di organi, della prostituzione e dei lavori forzati"."In Egitto si sta consumando una grave violazione dei diritti umani - continuano - e la comunità internazionale e l'Unione Europea non possono rimanere indifferenti davanti a una simile tragedia. Chiediamo che l'Alto Rappresentante per la politica estera della UE, intervenga immediatamente perche sia posto fine al calvario di queste persone indifese".L'UCCISIONE DI DUE DIACONIContinua la tragedia dei profughi eritrei nel deserto del Sinai. Altri due giovani sono stati uccisi ieri dai trafficanti che da quasi un mese li tengono imprigionati e in catene. Un duplice omicidio che porta ad otto la tragica conta da quando questi poveretti sono finiti nelle mani dei predoni. A dare la notizia don Mussie Zerai. «Avevano meno di trent’anni ed erano due diaconi della chiesa ortodossa che animavano e guidavano nella preghiera il gruppo dei prigionieri - spiega il direttore dell’agenzia Habeshia-. Già qualche giorno fa i predoni avevano strappato le loro Bibbie. Erano visti un po’ come gli animatori del gruppo e li hanno accusati di aver lanciato l’allarme».  Nemmeno tra le associazioni che da settimane tengono i contatti con il gruppo dei profughi si sapeva che ci fossero due diaconi tra i prigionieri. Anche se, nella chiesa ortodossa eritrea, si definisce diacono non solo chi ha ricevuto l’ordinazione, ma anche i semplici animatori che guidano la comunità nella preghiera.Dopo le catene e le botte, gli stupri subiti dalle donne e le privazioni di un mese di prigionia ieri si è consumata l’ennesima tragedia. L’accusa ai due giovani, la brutale esecuzione di fronte a tutti gli e nuove violenze. Una tragedia cui si aggiungono le menzogne delle autorità locali che negano la presenza di questi ostaggi nel loro territorio. «Li hanno picchiati selvaggiamente, accanendosi in cinque su una sola persona. Alcuni sono quasi in fin di vita - racconta con voce rotta don Mussie -. Il ragazzo con cui di solito sono in contatto è stato picchiato così duramente da non riuscire nemmeno a parlare». A quel punto è stata una giovane a prendere in mano il cellulare e aggiungere agghiaccianti particolari: da qualche giorno gli aguzzini non danno più nemmeno l’acqua ai loro prigionieri che sono costretti a bere le proprie urine per sopravvivere. «Lei continuava a piangere: sono stati picchiati sulla pianta del piede per costringerli a telefonare nuovamente ai loro parenti per chiedere aiuto -conclude don Mussie-. Ogni volta sentirli è uno strazio».La situazione precipita di ora in ora, dopo il cauto ottimismo di qualche giorno fa. Si sono persi anche i contatti con il gruppo formato da circa un centinaio di profughi che venerdì è stato prelevato dalla prigione di Rafah e trasferito non si sa dove. «Non riusciamo a contattarli telefonicamente e non sappiamo dove li abbiano portati -spiega Roberto Malini, co-presidente del Gruppo EveryOne-. Il nostro timore è che Abu Khaled, il trafficante che fin dall’inizio ha avuto in mano i 250 profughi africani, li abbia rivenduti ad altri predoni». Ma l’angoscia più grande, che pesa sul cuore di chi sta lottando per salvare queste persone, è che i profughi possano sparire nel nulla, vittime dello spietato traffico clandestino degli organi.L’attenzione mediatica che in queste settimane si è concentrata sul Sinai probabilmente infastidisce Abu Khaled e i suoi complici, sebbene possano contare su una vasta rete di supporto nella città di Rafah e, probabilmente, anche della complicità della polizia locale. «Non è possibile che centinaia di persone possano essere imprigionate in una città come Rafah che conta poco meno di 70mila abitanti, dove ci sono persino un carcere e una stazione di polizia. In una delle aree più militarizzate del Medioriente, a pochi chilometri dalla frontiera con  Israele», aggiunge Malini.Eppure il governo egiziano (il solo che potrebbe agire concretamente per risolvere la situazione) continua a tentennare. Voci disperate che nessuno sembra voler ascoltare. "È una cosa assurda. Non si può più aspettare i tempi delle diplomazie, perché la gente sta morendo di fame e di sete - si tormenta don Mussie -. Quella che sta accadendo è una vera e propria barbarie: chiediamo che la comunità internazionale condanni tutto ciò e che richiami il governo egiziano a intervenire con decisione»."Quello che sta succedendo è orribile", conclude Roberto Malini che, assieme a Matteo Pegoraro e Dario Picciau, co-presidenti del Gruppo EveryOne, sta lavorando in queste ore per ottenere le necessarie autorizzazioni per raggiungere Rafah. «Speriamo di poter partire già martedì o mercoledì -spiega-. Da lì, probabilmente, potremo intervenire con maggiore efficacia». Ilaria Sesana