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Le tensioni. I luoghi più sacri come un ring

Federica Zoja giovedì 3 agosto 2017

In Israele un uomo di 40 anni è stato pugnalato da un ragazzo armato di coltello in un supermercato di Yavneh, centro urbano situato nel cuore del Paese. Secondo gli investigatori, si è trattato di un attacco di matrice politica. L’assalitore, il 19enne Ismail Abu Aram, palestinese residente nel villaggio cisgiordano di Yatta e dipendente del negozio in cui è avvenuto il fatto, si è scagliato contro il cliente israeliano, colpendolo più volte al collo, al petto e alla testa. Altri cittadini israeliani sono rimasti intossicati da uno spray urticante spruzzato dal giovane.

L’assalitore è stato bloccato dagli agenti, mentre la sua vittima, in condizioni assai critiche, è stata soccorsa e trasportata verso il centro ospedaliero più vicino, il Kaplan hospital di Rehovot. Amicizie e parentele del giovane palestinese, senza precedenti, sono ora al vaglio dei servizi israeliani. Solo una settimana fa, nella cittadina di Petah Tivka, un altro ragazzo palestinese, incensurato, ha aggredito con un pugnale un uomo israeliano di fronte a un bar. Tutti episodi che si collegano idealmente a quella scia di aggressioni all’arma bianca che i media, un anno fa, etichettarono frettolosamente co- me “Intifada dei coltelli”: una scia di sangue, di fatto, una guerra civile sotto traccia, ignorata dalla comunità internazionale, ma di logorante durata.

E di drammatico significato: in essa si riflette la tragedia di cui israeliani e palestinesi sono co-protagonisti, vittime di classi dirigenti nazionali inadeguate al proprio ruolo e di sedicenti mediatori internazionali incapaci di accreditarsi presso entrambe le parti. Così, anche quest’estate, settimana dopo settimana, Gerusalemme si consuma di tensione proprio là dove le comunità di fedeli dovrebbero trovare conforto alle difficoltà della vita quotidiana. Da metà luglio, la Spianata delle Moschee (per i musulmani) o Monte del Tempio (per gli ebrei) e tutta la Città vecchia sono diventate un gigantesco ring su cui palestinesi e agenti della sicurezza israeliana si affrontano furiosamente. Allo stesso modo, recarsi a pregare al Muro del pianto non è un’azione scontata: le testate giornalistiche israeliane più conservatrici riportano la contabilità dei fedeli riusciti ad accedere al luogo di culto come un successo per tutta la comunità ebraica. Non senza polemiche, però: l’opinione pubblica israeliana ultra-ortodossa ribolle di divisioni interne. Mentre il governo di Benjamin Netanyahu fa mostra di equilibrismi pericolosi, le tensioni generazionali e di genere aumentano in casa conservatrice. Neanche i nuovi insediamenti colonici in Cisgiordania, in via di approvazione in Parlamento, placano gli animi delle frange più estreme. Al contempo, come prevedibile, si gonfia la frustrazione di una generazione di giovani palestinesi marchiata da restrizioni economiche, sociali, politiche.

Ragazzi cui né l’Autorità nazionale palestinese di Abu Mazen in Cisgiordania né Hamas nella Striscia di Gaza hanno saputo dare prospettive per un futuro di maggiore prosperità e libertà. Con il rischio che le sirene dello jihadismo, indebolite altrove in Medio Oriente, trovino in Palestina quel seguito necessario alla loro nefasta proliferazione Soldato israeliano a Hebron (Epa)